Un pettirosso, il freddoloso uccelletto del novembre, si mise a cantare
fra le frasche e i rovi che coronavano il muricciuolo di faccia
all’uscio, e saltellando fra le spine e gli sterpi, la guardava con
certi occhietti maliziosi come se volesse dirle qualche cosa: Nedda
pensò che la sua mamma, il giorno innanzi, l’aveva udito cantare.
Nell’orto accanto c’erano delle ulive per terra, e le gazze venivano a
beccarle; ella le aveva scacciate a sassate, perchè la moribonda non ne
udisse il funebre gracidare; adesso le guardò impassibile, e non si
mosse, e quando sulla strada vicina passarono il venditore di lupini, o
il vinaio, o i carrettieri, che discorrevano ad alta voce per vincere il
rumore dei loro carri e delle sonagliere dei loro muli, ella diceva:
costui è il tale, quegli è il tal altro. Allorchè suonò l’avemaria, e
s’accese la prima stella della sera, si rammentò che non doveva andar
più per le medicine a Punta, ed a misura che i rumori andarono
perdendosi nella via, e le tenebre a calare nell’orto, pensò che non
aveva più bisogno d’accendere il lume.
Lo zio Giovanni la trovò ritta sull’uscio.
Ella si era alzata udendo dei passi nella viottola, perchè non aspettava
più nessuno.
— Che fai costà! le domandò lo zio Giovanni. Ella si strinse nelle
spalle, e non rispose.
Il vecchio si assise accanto a lei, sulla soglia, e non aggiunse altro.
— Zio Giovanni, disse la ragazza dopo un lungo silenzio, adesso non ho
più nessuno, e posso andar lontano a cercar lavoro; partirò per la
Roccella, ove dura ancora la raccolta delle ulive, e al ritorno vi
restituirò i denari che ci avete imprestati.
— Io non sono venuto a domandarteli i tuoi denari! le rispose burbero lo
zio Giovanni.
Ella non disse altro, ed entrambi rimasero zitti ad ascoltare l’assiolo
che cantava. Nedda pensò che era forse quello stesso di due sere
innanzi, e sentì gonfiarsi il cuore.
— E del lavoro ne hai? — domandò finalmente lo zio Giovanni.
— No, ma qualche anima caritatevole troverò che me ne darà.
— Ho sentito dire che ad Aci Catena pagano le donne abili per incartare
le arance in ragione di una lira al giorno, senza minestra, e ho subito
pensato a te; tu hai già fatto quel mestiere nello scorso marzo, e devi
esser pratica. Vuoi andare?
— Magari!
— Bisognerebbe trovarsi domani all’alba al giardino del Merlo,
all’angolo della scorciatoia che conduce a Sant’Anna.
— Posso anche partire stanotte. La mia povera mamma non ha voluto
costarmi molti giorni di riposo.
— Sai dove andare?
— Sì. Poi mi informerò.
— Domanderai all’oste che sta sulla strada maestra di Valverde, al di là
del castagneto ch’è sulla sinistra della via. Cercherai di Massaro
Vinirannu, e dirai che ti mando io.
— Ci andrò, disse la povera ragazza.
— Ho pensato che non avresti avuto del pane per la settimana, disse lo
zio Giovanni cavando un grosso pan nero dalla profonda tasca del suo
vestito, e posandolo sul deschetto.
La Nedda si fece rossa, come se facesse lei quella buona azione. Poi,
dopo qualche istante riprese:
— Se il signor curato dicesse domani la messa per la mamma, io gli farei
due giornate di lavoro, alla raccolta delle fave.
— La messa l’ho fatta dire; rispose lo zio Giovanni.
— Oh! la povera morta pregherà anche per voi! mormorò la ragazza coi
grossi lagrimoni agli occhi.
Infine, quando lo zio Giovanni se ne andò, e udì perdersi in lontananza
il rumore de suoi passi pesanti, chiuse l’uscio, e accese la candela.
Allora le parve di trovarsi sola al mondo, ed ebbe paura di dormire in
quel povero lettuccio ove soleva coricarsi accanto alla sua mamma.
Le ragazze del villaggio sparlarono di lei perchè andò a lavorare subito
il giorno dopo la morte della sua vecchia, e perchè non aveva messo il
bruno; e il signor curato la sgridò forte quando la domenica successiva
la vide sull’uscio del casolare mentre si cuciva il grembiule che aveva
fatto tingere in nero, unico e povero segno di lutto, e prese argomento
da ciò per predicare in chiesa contro il mal uso di non osservare le
feste e le domeniche. La povera fanciulla, per farsi perdonare il suo
grosso peccato, andò a lavorare due giorni nel campo del curato, acciò
dicesse la messa per la sua morta il primo lunedì del mese; e la
domenica, quando le fanciulle, vestite dei loro begli abiti da festa, si
tiravano in là sul banco, o ridevano di lei, e i giovanotti, all’uscire
di chiesa, le dicevano facezie grossolane, ella si stringeva nella sua
mantellina tutta lacera, e affrettava il passo, chinando gli occhi,
senza che un pensiero amaro venisse a turbare la serenità della sua
preghiera; ovvero diceva a se stessa a mo’ di rimprovero che si fosse
meritato: Son così povera! — oppure, guardando le sue due buone braccia:
— Benedetto il Signore che me le ha date! e tirava via sorridendo.
Una sera — aveva spento da poco il lume — udì nella viottola una nota
voce che cantava a squarciagola, e con la melanconica cadenza orientale,
delle canzoni contadinesche: Picca cci voli ca la vaju’ a viju. — A la
mi’ amanti di l’arma mia.
— È Janu! disse sottovoce, mentre il cuore le balzava dal petto come un
uccello spaventato, e cacciò la testa fra le coltri.
E l’indomani, quando aprì la finestra, vide Janu col suo bel vestito
nuovo di fustagno, nelle cui tasche cercavano entrare per forza le sue
grosse mani nere e incallite al lavoro, con un bel fazzoletto di seta
nuova fiammante che faceva capolino con civetteria dalla scarsella del
farsetto, il quale si godeva il bel sole d’aprile appoggiato al
muricciolo dell’orto.
— Oh, Janu! diss’ella, come se non ne sapesse proprio nulla.
— Salutamu! esclamò il giovane col suo più grosso sorriso.
— O che fai qui?
— Torno dalla Piana.
La fanciulla sorrise, e guardò le lodole che saltellavano ancora sul
verde per l’ora mattutina.
— Sei tornato colle lodole.
— Le lodole vanno dove trovano il miglio, ed io dove c’è del pane.
— O come?
— Il padrone m’ha licenziato.
— O perchè?
— Perchè avevo preso le febbri laggiù, e non potevo più lavorare che tre
giorni per settimana.
— Si vede, povero Janu!
— Maledetta Piana! imprecò Janu stendendo il braccio verso la pianura.
— Sai, la mamma!... disse Nedda.
— Me l’ha detto lo zio Giovanni.
Ella non aggiunse altro, e guardò l’orticello al di là del muricciolo. I
sassi umidicci fumavano; le gocce di rugiada luccicavano su di ogni filo
d’erba; i mandorli fioriti sussurravano lieve lieve e lasciavano cadere
sul tettuccio del casolare i loro fiori bianchi e rosei che
imbalsamavano l’aria; una passera, petulante e sospettosa nel tempo
istesso, schiamazzava sulla gronda, e minacciava a suo modo Janu, che
aveva tutta l’aria, col suo viso sospetto, di insidiare al suo nido, del
quale spuntavano tra le tegole alcuni fili di paglia indiscreti. La
campana della chiesuola chiamava a messa.
— Come fa piacere a sentire la nostra campana! esclamò Janu.
— Io ho riconosciuto la tua voce stanotte, disse Nedda facendosi rossa e
zappando con un coccio la terra della pentola che conteneva i suoi
fiori.
Egli si volse in là, ed accese la pipa, come deve fare un uomo.
— Addio, vado a messa! disse bruscamente la Nedda, tirandosi indietro
dopo un lungo silenzio.
— Prendi, ti ho portato codesto dalla città; le disse il giovane
sciorinando il suo bel fazzoletto di seta.
— Oh! com’è bello! ma questo non fa per me!
— O perchè? se non ti costa nulla! rispose il giovanotto con logica
contadinesca.
Ella si fece rossa, come se la grossa spesa le avesse dato idea dei
caldi sentimenti del giovane, gli lanciò, sorridente, un’occhiata fra
carezzevole e selvaggia, e scappò in casa, e allorchè udì i grossi
scarponi di lui sui sassi della viottola, fece capolino per vederlo che
se ne andava.
Alla messa le ragazze del villaggio poterono vedere il bel fazzoletto di
Nedda, dove c’erano stampate delle rose che si sarebbero mangiate, e su
cui il sole, scintillante dalle invetriate della chiesuola, mandava i
suoi raggi più allegri. E quand’ella passò dinanzi a Janu, il quale
stava presso il primo cipresso del sacrato, colle spalle al muro e
fumando nella sua pipa intagliata, ella sentì gran caldo al viso, e il
cuore che le faceva un gran battere in petto, e sgusciò via alla lesta.
Il giovane le tenne dietro zufolando, e la guardava a camminare svelta e
senza voltarsi indietro, colla sua veste nuova di fustagno che faceva
delle belle pieghe pesanti, le sue brave scarpette, e la sua mantellina
fiammante. — La povera formica, or che la mamma stando in paradiso non
l’era più a carico, era riuscita a farsi un po’ di corredo col suo
lavoro. — Fra tutte le miserie del povero c’è anche quella del sollievo
che arrecano quelle perdite più dolorose pel cuore!
Nedda sentiva dietro di sè, con gran piacere o gran sgomento (non sapeva
davvero che cosa fosse delle due), il passo pesante del giovanotto, e
guardava sulla polvere biancastra dello stradale, tutto diritto e
inondato di sole, un’altra ombra, la quale di tanto in tanto si
distaccava dalla sua. Tutt’a un tratto, quando fu in vista della sua
casuccia, senza alcun motivo, si diede a correre come una cerbiatta
innamorata. Janu la raggiunse, ella si appoggiò all’uscio, tutta rossa e
sorridente, e gli allungò un pugno sul dorso. — To’!
Egli ripicchiò con galanteria un po’ manesca.
— O quanto l’hai pagato il tuo fazzoletto? domandò Nedda togliendoselo
dal capo per sciorinarlo al sole e contemplarlo in aria festosa.
— Cinque lire, rispose Janu un po’ pettoruto.
Ella sorrise senza guardarlo; ripiegò accuratamente il fazzoletto,
studiando i segni che avevano lasciato le pieghe, e si mise a
canticchiare una canzonetta che non soleva tornarle in bocca da lungo
tempo.
La pentola rotta posta sul davanzale era ricca di garofani in boccio.
— Che peccato, disse Nedda, che non ce ne siano di fioriti! e spiccò il
più grosso bocciolo e glielo diede.
— Che vuoi che ne faccia se non è sbocciato? diss’egli senza
comprenderla, e lo buttò via. Ella si volse in là.
— E adesso dovrai andare a lavorare? gli domandò dopo qualche secondo.
Egli alzò le spalle: - dove andrai tu domani!
— A Bongiardo.
— Del lavoro ne troverò; ma bisognerebbe che non tornassero le febbri.
— Bisognerebbe non star fuori la notte a cantare dietro gli usci! gli
diss’ella tutta rossa, dondolandosi sullo stipite dell’uscio con certa
aria civettuola.
— Non lo farò più se tu non vuoi.
Ella gli diede un buffetto e scappò dentro.
— Ohè! Janu! chiamò dalla strada lo zio Giovanni.
— Vengo! gridò Janu; e alla Nedda: Verrò anch’io a Bongiardo, se mi
vogliono.
— Ragazzo mio, gli disse lo zio Giovanni quando fu sulla strada, la
Nedda non ha più nessuno, e tu sei un bravo giovinotto; ma insieme non
ci state proprio bene. Hai inteso?
— Ho inteso, zio Giovanni; ma se Dio vuole, dopo le messe, quando avrò
da banda quel po’ di quattrini che ci vogliono, insieme ci staremo
benissimo.
Nedda, che aveva udito da dietro il muricciolo, si fece rossa, sebbene
nessuno la vedesse.
L’indomani, prima di giorno, quand’ella si affacciò all’uscio per
partire, trovò Janu, col suo fagotto infilato al bastone.
— O dove vai? gli domandò.
— Vengo anch’io a Bongiardo, a cercar lavoro.
I passerotti, che si erano svegliati alle voci mattutine, cominciarono a
pigolare dietro il nido. Janu infilò al suo bastone anche il fagotto di
Nedda, e s’avviarono alacremente, mentre il cielo si tingeva
all’orizzonte delle prime fiamme del giorno, e il venticello diveniva
frizzante.
A Bongiardo c’era proprio del lavoro per chi ne voleva. Il prezzo del
vino era salito, e un ricco proprietario faceva dissodare un gran tratto
di chiuse da mettere a vigneti. Le chiuse rendevano 1200 lire all’anno
in lupini ed olio; messe a vigneto avrebbero dato, fra cinque anni, 12 o
13 mila lire, impiegandovene solo 10 o 12 mila; il taglio degli ulivi
avrebbe coperto metà della spesa. Era un’eccellente speculazione, come
si vede, e il proprietario pagava, di buon grado, una gran giornata ai
contadini che lavoravano al dissodamento, 30 soldi agli uomini, e 20
alle donne, senza minestra: è vero che il lavoro era un po’ faticoso, e
che ci si rimettevano anche quei pochi cenci che formavano il vestito
dei giorni di lavoro; ma Nedda non era abituata a guadagnar 20 soldi
tutti i giorni.
Il soprastante s’accorse che Janu, riempiendo i corbelli di sassi,
lasciava sempre il più leggiero per Nedda, e minacciò di cacciarlo via.
Il povero diavolo, tanto per non perdere il pane, dovette accontentarsi
di discendere dai 30 ai 20 soldi.
Il male era che quei poderi quasi incolti mancavano di fattoria, e la
notte uomini e donne dovevano dormire alla rinfusa nell’unico casolare
senza porta, e sì che le notti erano piuttosto fredde. Janu avea sempre
caldo e dava a Nedda la sua casacca di fustagno perché si coprisse per
bene. La domenica poi tutta la brigata si metteva in cammino per vie
diverse.
Janu e Nedda avevano preso le scorciatoie, e andavano attraverso il
castagneto chiacchierando, ridendo, cantando a riprese, e facendo
risuonare nelle tasche i grossi soldoni. Il sole era caldo come in
giugno; i prati lontani cominciavano ad ingiallire, le ombre degli
alberi avevano qualche cosa di festevole, e l’erba che vi cresceva era
ancora verde e rugiadosa.
Verso il mezzogiorno sedettero al rezzo per mangiare il loro pan nero e
le loro cipolle bianche. Janu aveva anche del vino, del buon vino di
Mascali che regalava a Nedda senza risparmio, e la povera ragazza, la
quale non c’era avvezza, si sentiva la lingua grossa, e la testa assai
pesante. Di tratto in tratto si guardavano e ridevano senza saper
perché.
— Se fossimo marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane
e bere il vino insieme; disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli
occhi perché egli la guardava in un certo modo.
Regnava il profondo silenzio del meriggio, le più piccole foglie erano
immobili: le ombre erano rade; c’era per l’aria una calma, un tepore, un
ronzio di insetti che pesava voluttuosamente sulle palpebre. Ad un
tratto una corrente d’aria fresca, che veniva dal mare, fece sussurrare
le cime più alte de’ castagni.
— L’annata sarà buona pel povero e pel ricco, disse Janu, e se Dio vuole
alla messe un po’ di quattrini metterò da banda.... e se tu mi volessi
bene!... — e le porse il fiasco.
— No, non voglio più bere; disse ella colle guance tutte rosse.
— O perchè ti fai rossa? diss’egli ridendo.
— Non te lo voglio dire.
— Perchè hai bevuto!
— No!
— Perchè mi vuoi bene?
Ella gli diede un pugno sull’omero e si mise a ridere.
Da lontano si udì il raglio di un asino che sentiva l’erba fresca. — Sai
perchè ragliano gli asini? domandò Janu.
— Dillo tu che lo sai.
— Sì che lo so; ragliano perché sono innamorati, disse egli con un riso
grossolano, e la guardò fiso.
Ella chinò gli occhi come se ci vedesse delle fiamme, e le sembrò che
tutto il vino che aveva bevuto le montasse alla testa, e tutto l’ardore
di quel cielo di metallo le penetrasse nelle vene.
— Andiamo via! esclamò corrucciata, scuotendo la testa pesante.
— Che hai?
— Non lo so, ma andiamo via!
— Mi vuoi bene?
Nedda chinò il capo.
— Vuoi essere mia moglie?
Ella lo guardò serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle
sue mani brune, ma si alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene.
Egli la trattenne per le vesti, tutto stravolto, e balbettando parole
sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
Allorchè si udì nella fattoria vicina il gallo che cantava, Nedda balzò
in piedi di soprassalto, e si guardò attorno spaurita.
— Andiamo via! andiamo via! disse tutta rossa e frettolosa.
Quando fu per svoltare l’angolo della sua casuccia si fermò un momento
trepidante, quasi temesse di trovare la sua vecchiarella sull'uscio
deserto da sei mesi.
Venne la Pasqua, la gaia festa dei campi coi suoi falò giganteschi,
colle sue allegre processioni fra i prati verdeggianti e sotto gli
alberi carichi di fiori, colla chiesuola parata a festa, gli usci delle
casipole incoronati di festoni, e le ragazze colle belle vesti nuove
d’estate. Nedda fu vista allontanarsi piangendo dal confessionario, e
non comparve fra le fanciulle inginocchiate dinanzi al coro che
aspettavano la comunione. Da quel giorno nessuna ragazza onesta le
rivolse più la parola, e quando andava a messa non trovava posto al
solito banco, e bisognava che stesse tutto il tempo ginocchioni; — se la
vedevano piangere, pensavano a chissà che peccatacci, e le volgevano le
spalle inorridite. — E quelle che le davano da lavorare ne
approfittavano per scemarle il prezzo della giornata.
Ella aspettava il suo fidanzato che era andato a mietere alla Piana per
raggruzzolare i quattrini che ci volevano a mettere su un po’ di casa, e
a pagare il signor curato.
Una sera, mentre filava, udì fermarsi all'imboccatura della viottola un
carro da buoi, e si vide comparir dinanzi Janu pallido e contraffatto.
— Che hai? gli disse.
— Son stato ammalato. Le febbri mi ripresero laggiù, in quella maledetta
Piana; ho perso più di una settimana di lavoro, ed ho mangiato quei
pochi soldi che avevo fatto.
Ella rientrò in fretta, scucì il pagliericcio, e volle dargli quel
piccolo gruzzolo che aveva legato in fondo ad una calza.
— No, diss’egli. Domani andrò a Mascalucia per la rimondatura degli
ulivi, e non avrò bisogno di nulla. Dopo la rimondatura ci sposeremo.
Egli aveva l’aria triste facendole questa promessa, e stava appoggiato
allo stipite, col fazzoletto avvolto attorno al capo, e guardandola con
certi occhi luccicanti.
— Ma tu hai la febbre! gli disse Nedda.
— Sì, ma ora che son qui mi lascerà; ad ogni modo non mi coglie che ogni
tre giorni.
Ella lo guardava senza parlare, e sentiva stringersi il cuore vedendolo
così pallido e dimagrato.
— E potrai reggerti sui rami alti? gli domandò.
— Dio ci penserà! rispose Janu. Addio, non posso far aspettare il
carrettiere che mi ha dato un posto sul suo carro dalla Piana sin qui. A
rivederci presto! e non si moveva. Quando finalmente se ne andò, ella lo
accompagnò sino alla strada maestra, e lo vide allontanarsi, senza una
lagrima, sebbene le sembrasse che stesse a vederlo partire per sempre;
il cuore ebbe un’altra strizzatina, come una spugna non spremuta
abbastanza; nulla più, ed egli la salutò per nome alla svolta della via.
Tre giorni dopo udì un gran cicaleccio per la strada. Si affacciò al
muricciolo, e vide in mezzo ad un crocchio di contadini e di comari Janu
disteso su di una scala a piuoli, pallido come un cencio lavato, e colla
testa fasciata da un fazzoletto tutto sporco di sangue. Lungo la via
dolorosa, prima di giungere al suo casolare, egli, per mano, le narrò
come, trovandosi così debole per le febbri, era caduto da un’alta cima,
e s’era concio in quel modo. — Il cuore te lo diceva: mormorava con un
triste sorriso. Ella l’ascoltava coi suoi grand’occhi spalancati,
pallida come lui e tenendolo per mano. Il domani egli morì.
Allora Nedda, sentendo muoversi dentro di sè qualcosa che quel morto le
lasciava come un triste ricordo, volle correre in chiesa a pregare per
lui la Vergine Santa. Sul sacrato incontrò il prete che sapeva la sua
vergogna, si nascose il viso nella mantellina e tornò indietro
derelitta.
Adesso, quando cercava del lavoro, le ridevano in faccia, non per
schernire la ragazza colpevole, ma perchè la povera madre non poteva più
lavorare come prima. Dopo i primi rifiuti, e le prime risate, ella non
osò cercare più oltre, e si chiuse nella sua casipola, al pari di un
uccelletto ferito che va a rannicchiarsi nel suo nido. Quei pochi soldi
raccolti in fondo alla calza se ne andarono l’un dopo l’altro, e dietro
ai soldi la bella veste nuova, e il bel fazzoletto di seta. Lo zio
Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carità
indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiusta
e sterile, e le impedì così di morire di fame. Ella diede alla luce una
bambina rachitica e stenta; quando le dissero che non era un maschio
pianse come aveva pianto la sera in cui aveva chiuso l’uscio del
casolare dietro al cataletto che se ne andava, e s’era trovata senza la
mamma, ma non volle che la buttassero alla Ruota.
— Povera bambina! Che incominci a soffrire almeno il più tardi che sia
possibile! disse.
Le comari la chiamavano sfacciata, perchè non era stata ipocrita, e
perchè non era snaturata. Alla povera bambina mancava il latte, giacchè
alla madre scarseggiava il pane. Ella deperì rapidamente, e invano Nedda
tentò spremere fra i labbruzzi affamati il sangue del suo seno. Una sera
d’inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava sul tetto, e il vento
scuoteva l’uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, livida,
colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della
madre, diede un guizzo, e non si mosse più.
Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di
scaldarla coll’alito e coi baci, e quando s’accorse che era proprio
morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le
s’inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura.
— Oh! benedette voi che siete morte! esclamò. — Oh! benedetta voi,
Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire
come me!
Edizione: Giovanni Verga. Novelle, quarta edizione. Milano, Fratelli
Treves Editori, 1887. |