| Ïðèîáðåñòè Êóðñ Çíàòîê |
![]() |
023 Silvio Pellico Le mie prigioni 1832 |
| Capo LXVIII. _______ Una sera, Oroboni ed io stavamo alla finestra, e ci dolevamo a vicenda d’essere affamati. Alzammo alquanto la voce, e le sentinelle gridarono. Il soprintendente, che per mala ventura passava da quella parte, si credette in dovere di far chiamare Schiller e di rampognarlo fieramente, che non vigilasse meglio a tenerci in silenzio. Schiller venne con grand’ira a lagnarsene da me, e m’intimò di non parlar più mai dalla finestra. Voleva ch’io glielo promettessi. — No, risposi, non ve lo voglio promettere. — Oh der teufel! der teufel! gridò, a me s’ha a dire: non voglio! a me che ricevo una maledetta strapazzata per causa di lei! — M’incresce, caro Schiller, della strapazzata che avete ricevuta, me n’incresce davvero; ma non voglio promettere ciò che sento che non manterrei. — E perché non lo manterrebbe? — Perchè non potrei; perchè la solitudine continua è tormento sì crudele per me, che non resisterò mai al bisogno di mettere qualche voce da’ polmoni, d’invitare il mio vicino a rispondermi. E se il vicino tacesse, volgerei la parola alle sbarre della mia finestra, alle colline che mi stanno in faccia, agli uccelli che volano. — Der teufel! e non mi vuol promettere? — No, no, no! sclamai. — Gettò a terra il romoroso mazzo delle chiavi, e ripeté: — Der teufel! der teufel! Indi proruppe abbracciandomi: — Ebbene, ho io a cessare d’essere uomo per quella canaglia di chiavi? Ella è un signore come va, ed ho gusto che non mi voglia promettere ciò che non manterrebbe. Farei lo stesso anch’io. — Raccolsi le chiavi e gliele diedi. — Queste chiavi, gli dissi, non sono poi tanto canaglia, poichè non possono, d’un onesto caporale qual siete, fare un malvagio sgherro. — E se credessi che potessero far tanto, rispose, le porterei a’ miei superiori, e direi: se non mi vogliono dare altro pane che quello del carnefice, andrò a dimandare l’elemosina. — Trasse di tasca il fazzoletto, s’asciugò gli occhi poi li tenne alzati, giungendo le mani in atto di preghiera. Io giunsi le mie, e pregai al pari di lui in silenzio. Ei capiva ch’io facea voti per esso, com’io capiva ch’ei ne facea per me. Andando via, mi disse sotto voce: — Quando ella conversa col conte Oroboni, parli sommesso più che può. Farà così due beni: uno di risparmiarmi le grida del signor soprintendente, l’altro di non far forse capire qualche discorso... debbo dirlo?... qualche discorso che, riferito, irritasse sempre più chi può punire. — L’assicurai che dalle nostre labbra non usciva mai parola, che, riferita a chicchessia, potesse offendere. Non avevamo infatti d’uopo d’avvertimenti, per esser cauti. Due prigionieri che vengono a comunicazione tra loro, sanno benissimo crearsi un gergo, col quale dir tutto, senza esser capiti da qualsiasi ascoltatore. |
| Silvio Pellico Le mie prigioni |