| Ïðèîáðåñòè Êóðñ Çíàòîê |
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021 Ludovico Ariosto Orlando Furioso 1516 |
| CANTO TRENTESIMONONO 1 L’affanno di Ruggier ben veramente è sopra ogn’altro duro, acerbo e forte, di cui travaglia il corpo, e piú la mente, poi che di due fuggir non può una morte; o da Rinaldo, se di lui possente fia meno, o se fia piú, da la consorte: che se ’l fratel le uccide, sa ch’incorre ne l’odio suo, che piú che morte aborre. 2 Rinaldo, che non ha simil pensiero, in tutti i modi alla vittoria aspira: mena de l’azza dispettoso e fiero; quando alle braccia e quando al capo mira. Volteggiando con l’asta il buon Ruggiero ribatte il colpo, e quinci e quindi gira; e se percuote pur, disegna loco ove possa a Rinaldo nuocer poco. 3 Alla piú parte dei signor pagani troppo par disegual esser la zuffa: troppo è Ruggier pigro a menar le mani, troppo Rinaldo il giovine ribuffa. Smarrito in faccia il re degli Africani mira l’assalto, e ne sospira e sbuffa: et accusa Sobrin, da cui procede tutto l’error, che ’l mal consiglio diede. 4 Melissa in questo tempo, ch’era fonte di quanto sappia incantatore o mago, avea cangiata la feminil fronte, e del gran re d’Algier presa l’imago: sembrava al viso, ai gesti Rodomonte, e parea armata di pelle di drago; e tal lo scudo e tal la spada al fianco avea, quale usava egli, e nulla manco. 5 Spinse il demonio inanzi al mesto figlio del re Troiano, in forma di cavallo; e con gran voce e con turbato ciglio disse: — Signor, questo è pur troppo fallo, ch’un giovene inesperto a far periglio, contra un sí forte e sí famoso Gallo abbiate eletto in cosa di tal sorte, che ’l regno e l’onor d’Africa n’importe. 6 Non si lassi seguir questa battaglia, che ne sarebbe in troppo detrimento. Su Rodomonte sia, né ve ne caglia, l’avere il patto rotto e ’l giuramento. Dimostri ognun come sua spada taglia: poi ch’io ci sono, ognun di voi val cento. — Poté questo parlar sí in Agramante, che senza piú pensar si cacciò inante. 7 Il creder d’aver seco il re d’Algieri fece che si curò poco del patto; e non avria di mille cavallieri giunti in suo aiuto sí gran stima fatto. Perciò lancie abbassar, spronar destrieri di qua di lá veduto fu in un tratto. Melissa, poi che con sue finte larve la battaglia attaccò, subito sparve. 8 I duo campion che vedeno turbarsi contra ogni accordo, contra ogni promessa, senza piú l’un con l’altro travagliarsi, anzi ogni ingiuria avendosi rimessa, fede si dan, né qua né lá impacciarsi, fin che la cosa non sia meglio espressa, chi stato sia che i patti ha rotto inante, o ’l vecchio Carlo, o ’l giovene Agramante. 9 E replican con nuovi giuramenti d’esser nimici a chi mancò di fede. Sozzopra se ne van tutte le genti: chi porta inanzi e chi ritorna il piede. Chi sia fra i vili, e chi tra i piú valenti in un atto medesimo si vede: son tutti parimente al correr presti; ma quei corrono inanzi, e indietro questi. 10 Come levrier che la fugace fera correre intorno et aggirarsi mira, né può con gli altri cani andare in schiera, che ’l cacciator lo tien, si strugge d’ira, si tormenta, s’affligge e si dispera, schiattisce indarno, e si dibatte e tira; cosí sdegnosa infin allora stata Marfisa era quel dí con la cognata. 11 Fin a quell’ora avean quel dí vedute sí ricche prede in spazïoso piano; e che fosser dal patto ritenute di non poter seguirle e porvi mano, ramaricate s’erano e dolute, e n’avean molto sospirato invano. Or che i patti e le triegue vider rotte, liete saltâr ne l’africane frotte. 12 Marfisa cacciò l’asta per lo petto al primo che scontrò, due braccia dietro: poi trasse il brando, e in men che non l’ho detto, spezzò quattro elmi, che sembrâr di vetro. Bradamante non fe’ minore effetto; ma l’asta d’or tenne diverso metro: tutti quei che toccò, per terra mise; duo tanti fur, né però alcuno uccise. 13 Questo sí presso l’una all’altra fêro, che testimonie se ne fur tra loro; poi si scostaro, et a ferir si diero, ove le trasse l’ira, il popul Moro. Chi potrá conto aver d’ogni guerriero ch’a terra mandi quella lancia d’oro? o d’ogni testa che tronca o divisa sia da la orribil spada di Marfisa? 14 Come al soffiar de’ piú benigni venti, quando Apennin scuopre l’erbose spalle, muovonsi a par duo turbidi torrenti che nel cader fan poi diverso calle; svellono i sassi e gli arbori eminenti da l’alte ripe, e portan ne la valle le biade e i campi; e quasi a gara fanno a chi far può nel suo camin piú danno: 15 cosí le due magnanime guerriere, scorrendo il campo per diversa strada, gran strage fan ne l’africane schiere, l’una con l’asta, e l’altra con la spada. Tiene Agramante a pena alle bandiere la gente sua, ch’in fuga non ne vada. Invan domanda, invan volge la fronte; né può saper che sia di Rodomonte. 16 A conforto di lui rotto avea il patto (cosí credea) che fu solennemente, i dèi chiamando in testimonio, fatto; poi s’era dileguato sí repente. Né Sobrin vede ancor: Sobrin ritratto in Arli s’era, e dettosi innocente; perché di quel pergiuro aspra vendetta sopra Agramante il dí medesmo aspetta. 17 Marsilio anco è fuggito ne la terra: sí la religïon gli preme il core. Perciò male Agramante il passo serra a quei che mena Carlo imperatore, d’Italia, di Lamagna e d’Inghilterra, che tutte gente son d’alto valore; et hanno i paladin sparsi tra loro, come le gemme in un riccamo d’oro: 18 e presso ai paladini alcun perfetto quanto esser possa al mondo cavalliero, Guidon Selvaggio, l’intrepido petto, e i duo famosi figli d’Oliviero. Io non voglio ridir, ch’io l’ho giá detto, di quel par di donzelle ardito e fiero. Questi uccidean di genti saracine tanto, che non v’è numero né fine. 19 Ma differendo questa pugna alquanto, io vo’ passar senza navilio il mare. Non ho con quei di Francia da far tanto, ch’io non m’abbia d’Astolfo a ricordare. La grazia che gli diè l’apostol santo io v’ho giá detto, e detto aver mi pare, che ’l re Branzardo e il re de l’Algazera per girli incontra armasse ogni sua schiera. 20 Furon di quei ch’aver poteano in fretta, le schiere di tutta Africa raccolte, non men d’inferma etá che di perfetta; quasi ch’ancor le femine fur tolte. Agramante ostinato alla vendetta avea giá vòta l’Africa due volte. Poche genti rimase erano, e quelle esercito facean timido e imbelle. 21 Ben lo mostrâr; che gli nimici a pena vider lontan, che se n’andaron rotti. Astolfo, come pecore, li mena dinanzi ai suoi di guerreggiar piú dotti, e fa restarne la campagna piena: pochi a Biserta se ne son ridotti. Prigion rimase Bucifar gagliardo; salvossi ne la terra il re Branzardo, 22 via piú dolente sol di Bucifaro, che se tutto perduto avesse il resto. Biserta è grande, e farle gran riparo bisogna, e senza lui mal può far questo: poterlo riscattar molto avria caro. Mentre vi pensa e ne sta afflitto e mesto, gli viene in mente come tien prigione giá molti mesi il paladin Dudone. 23 Lo prese sotto a Monaco in riviera il re di Sarza nel primo passaggio. Da indi in qua prigion sempre stato era Dudon che del Danese fu lignaggio. Mutar costui col re de l’Algazera pensò Branzardo, e ne mandò messaggio al capitan de’ Nubi, perché intese per vera spia, ch’egli era Astolfo inglese. 24 Essendo Astolfo paladin, comprende che dee aver caro un paladino sciorre. Il gentil duca, come il caso intende, col re Branzardo in un voler concorre. Liberato Dudon, grazie ne rende al duca, e seco si mette a disporre le cose che appertengono alla guerra, cosí quelle da mar, come da terra. 25 Avendo Astolfo esercito infinito da non gli far sette Afriche difesa; e rammentando come fu ammonito dal santo vecchio che gli diè l’impresa di tor Provenza e d’Acquamorta il lito di man di Saracin che l’avean presa; d’una gran turba fece nuova eletta, quella ch’al mar gli parve manco inetta. 26 Et avendosi piene ambe le palme, quanto potean capir, di varie fronde a lauri, a cedri tolte, a olive, a palme, venne sul mare, e le gittò ne l’onde. Oh felici, e dal ciel ben dilette alme! Grazia che Dio raro a’ mortali infonde! Oh stupendo miracolo che nacque di quelle frondi, come fur ne l’acque! 27 Crebbero in quantitá fuor d’ogni stima; si feron curve e grosse e lunghe e gravi; le vene ch’attraverso aveano prima, mutaro in dure spranghe e in grosse travi: e rimanendo acute invêr la cima, tutte in un tratto diventaro navi di differenti qualitadi, e tante, quante raccolte fur da varie piante. 28 Miracol fu veder le fronde sparte produr fuste, galee, navi da gabbia. Fu mirabile ancor, che vele e sarte e remi avean, quanto alcun legno n’abbia. Non mancò al duca poi chi avesse l’arte di governarsi alla ventosa rabbia; che di Sardi e di Corsi non remoti, nocchier, padron, pennesi ebbe e piloti. 29 Quelli che entraro in mar, contati fôro ventiseimila, e gente d’ogni sorte. Dudon andò per capitano loro, cavallier saggio, e in terra e in acqua forte. Stava l’armata ancora al lito moro, miglior vento aspettando, che la porte, quando un navilio giunse a quella riva, che di presi guerrier carco veniva. 30 Portava quei ch’al periglioso ponte, ove alle giostre il campo era sí stretto, pigliato avea l’audace Rodomonte, come piú volte io v’ho di sopra detto. Il cognato tra questi era del conte, e ’l fedel Brandimarte e Sansonetto, et altri ancor, che dir non mi bisogna, d’Alemagna, d’Italia e di Guascogna. 31 Quivi il nocchier, ch’ancor non s’era accorto degli inimici, entrò con la galea, lasciando molte miglia a dietro il porto d’Algieri, ove calar prima volea, per un vento gagliardo ch’era sorto, e spinto oltre il dover la poppa avea. Venir tra i suoi credette e in loco fido, come vien Progne al suo loquace nido. 32 Ma come poi l’imperïale augello, i gigli d’oro e i pardi vide appresso, restò pallido in faccia, come quello che’l piede incauto d’improviso ha messo sopra il serpente venenoso e fello, dal pigro sonno in mezzo l’erbe oppresso; che spaventato e smorto si ritira, fuggendo quel, ch’è pien di tòsco e d’ira. 33 Giá non poté fuggir quindi il nocchiero, né tener seppe i prigion suoi di piatto. Con Brandimarte fu, con Oliviero, con Sansonetto e con molti altri tratto ove dal duca e dal figliuol d’Uggiero fu lieto viso agli suo’ amici fatto; e per mercede lui che li condusse, volson che condannato al remo fusse. 34 Come io vi dico, dal figliuol d’Otone i cavallier cristian furon ben visti, e di mensa onorati al padiglione, d’arme e di ciò che bisognò provisti. Per amor d’essi differí Dudone l’andata sua; che non minori acquisti di ragionar con tai baroni estima, che d’esser gito uno o duo giorni prima. 35 In che stato, in che termine si trove e Francia e Carlo, instruzïon vera ebbe; e dove piú sicuramente, e dove, per far miglior effetto, calar debbe. Mentre da lor venía intendendo nuove, s’udí un rumor che tuttavia piú crebbe; e un dar all’arme ne seguí sí fiero, che fece a tutti far piú d’un pensiero. 36 Il duca Astolfo e la compagnia bella, che ragionando insieme si trovaro, in un momento armati furo e in sella, e verso il maggior grido in fretta andaro, di qua di lá cercando pur novella di quel romore; e in loco capitaro, ove videro un uom tanto feroce, che nudo e solo a tutto ’l campo nuoce. 37 Menava un suo baston di legno in volta, che era sí duro e sí grave e sí fermo, che declinando quel, facea ogni volta cader in terra un uom peggio ch’infermo. Giá a piú di cento avea la vita tolta; né piú se gli facea riparo o schermo, se non tirando di lontan saette: d’appresso non è alcun giá che l’aspette. 38 Dudone, Astolfo, Brandimarte, essendo corsi in fretta al romore, et Oliviero, de la gran forza e del valor stupendo stavan maravigliosi di quel fiero; quando venir s’un palafren correndo videro una donzella in vestir nero, che corse a Brandimarte e salutollo, e gli alzò a un tempo ambe le braccia al collo. 39 Questa era Fiordiligi, che sí acceso avea d’amor per Brandimarte il core, che quando al ponte stretto il lasciò preso, vicina ad impazzar fu di dolore. Di lá dal mare era passata, inteso avendo dal pagan che ne fu autore, che mandato con molti cavallieri era prigion ne la cittá d’Algieri. 40 Quando fu per passare, avea trovato a Marsilia una nave di Levante, ch’un vecchio cavalliero avea portato de la famiglia del re Monodante; il qual molte provincie avea cercato, quando per mar, quando per terra errante, per trovar Brandimarte; che nuova ebbe tra via di lui, ch’in Francia il troverebbe. 41 Et ella, conosciuto che Bardino era costui, Bardino che rapito al padre Brandimarte piccolino, et a Ròcca Silvana avea notrito, e la cagione intesa del camino, seco fatto l’avea scioglier dal lito, avendogli narrato in che maniera Brandimarte passato in Africa era. 42 Tosto che furo a terra, udîr le nuove, ch’assediata d’Astolfo era Biserta: che seco Brandimarte si ritrove udito avean, ma non per cosa certa. Or Fiordiligi in tal fretta si muove, come lo vede, che ben mostra aperta quella allegrezza ch’i precessi guai le fêro la maggior ch’avesse mai. 43 Il gentil cavallier, non men giocondo di veder la diletta e fida moglie ch’amava piú che cosa altra del mondo, l’abraccia e stringe e dolcemente accoglie: né per saziare al primo né al secondo né al terzo bacio era l’accese voglie; se non ch’alzando gli occhi ebbe veduto Bardin che con la donna era venuto. 44 Stese le mani, et abbracciar lo volle, e insieme domandar perché venía; ma di poterlo far tempo gli tolle il campo ch’in disordine fuggia dinanzi a quel baston che ’l nudo folle menava intorno, e gli facea dar via. Fiordiligi mirò quel nudo in fronte, e gridò a Brandimarte: — Eccovi il conte! — 45 Astolfo tutto a un tempo, ch’era quivi, che questo Orlando fosse, ebbe palese per alcun segno che dai vecchi divi su nel terrestre paradiso intese. Altrimente restavan tutti privi di cognizion di quel signor cortese; che per lungo sprezzarsi, come stolto, avea di fera, piú che d’uomo, il volto. 46 Astolfo per pietá che gli tradisse petto e il cor, si volse lacrimando; et a Dudon (che gli era appresso) disse, et indi ad Oliviero: — Eccovi Orlando! — Quei gli occhi alquanto e le palpèbre fisse tenendo in lui, l’andâr raffigurando; e ’l ritrovarlo in tal calamitade, gli empí di maraviglia e di pietade. 47 Piangeano quei signor per la piú parte: sí lor ne dolse, e lor ne ’ncrebbe tanto. — Tempo è (lor disse Astolfo) trovar arte di risanarlo, e non di fargli il pianto. — E saltò a piedi, e cosí Brandimarte, Sansonetto, Oliviero e Dudon santo; e s’aventaro al nipote di Carlo tutti in un tempo; che volean pigliarlo. 48 Orlando che si vide fare il cerchio, menò il baston da disperato e folle; et a Dudon che si facea coperchio al capo de lo scudo et entrar volle, fe’ sentir ch’era grave di soperchio: e se non che Olivier col brando tolle parte del colpo, avria il bastone ingiusto rotto lo scudo, l’elmo, il capo e il busto. 49 Lo scudo roppe solo, e su l’elmetto tempestò sí, che Dudon cadde in terra. Menò la spada a un tempo Sansonetto; e del baston piú di duo braccia afferra con valor tal, che tutto il taglia netto. Brandimarte ch’adosso se gli serra, gli cinge i fianchi, quanto può, con ambe le braccia, e Astolfo il piglia ne le gambe. 50 Scuotesi Orlando, e lungi dieci passi da sé l’Inglese fe’ cader riverso: non fa però che Brandimarte il lassi, che con piú forza l’ha preso a traverso. Ad Olivier che troppo inanzi fassi, menò un pugno sí duro e sí perverso, che lo fe’ cader pallido et esangue, e dal naso e dagli occhi uscirgli il sangue. 51 E se non era l’elmo piú che buono, ch’avea Olivier, l’avria quel pugno ucciso: cadde però, come se fatto dono avesse de lo spirto al paradiso. Dudone e Astolfo che levati sono, ben che Dudone abbia gonfiato il viso, e Sansonetto che ’l bel colpo ha fatto, adosso a Orlando son tutti in un tratto. 52 Dudon con gran vigor dietro l’abbraccia, pur tentando col piè farlo cadere: Astolfo e gli altri gli han prese le braccia, né lo puon tutti insieme anco tenere. C’ha visto toro a cui si dia la caccia, e ch’alle orecchie abbia le zanne fiere, correr mugliando, e trarre ovunque corre i cani seco, e non potersi sciorre; 53 imagini ch’Orlando fosse tale, che tutti quei guerrier seco traea. In quel tempo Olivier di terra sale, lá dove steso il gran pugno l’avea; e visto che cosí si potea male far di lui quel ch’Astolfo far volea, si pensò un modo, et ad effetto il messe, di far cader Orlando, e gli successe. 54 Si fe’ quivi arrecar piú d’una fune, e con nodi correnti adattò presto; et alle gambe et alle braccia alcune fe’ porre al conte, et a traverso il resto. Di quelle i capi poi partí in commune, e li diede a tenere a quello e a questo. Per quella via che maniscalco atterra cavallo o bue, fu tratto Orlando in terra. 55 Come egli è in terra, gli son tutti adosso, e gli legan piú forte e piedi e mani. Assai di qua di lá s’è Orlando scosso, ma sono i suoi risforzi tutti vani. Commanda Astolfo che sia quindi mosso, che dice voler far che si risani. Dudon ch’è grande, il leva in su le schene, e porta al mar sopra l’estreme arene. 56 Lo fa lavar Astolfo sette volte, e sette volte sotto acqua l’attuffa; sí che dal viso e da le membra stolte leva la brutta rugine e la muffa: poi con certe erbe, a questo effetto colte, la bocca chiuder fa, che soffia e buffa; che non volea ch’avesse altro meato onde spirar, che per lo naso, il fiato. 57 Aveasi Astolfo apparecchiato il vaso in che il senno d’Orlando era rinchiuso; e quello in modo appropinquògli al naso, che nel tirar che fece il fiato in suso, tutto il votò: maraviglioso caso! che ritornò la mente al primier uso; e ne’ suoi bei discorsi l’intelletto rivenne, piú che mai lucido e netto. 58 Come chi da noioso e grave sonno, ove o vedere abominevol forme di mostri che non son, né ch’esser ponno, o gli par cosa far strana et enorme, ancor si maraviglia, poi che donno è fatto de’ suoi sensi, e che non dorme; cosí, poi che fu Orlando d’error tratto, restò maraviglioso e stupefatto. 59 E Brandimarte, e il fratel d’Aldabella, e quel che ’l senno in capo gli ridusse, pur pensando riguarda, e non favella, come egli quivi e quando si condusse. Girava gli occhi in questa parte e in quella, né sapea imaginar dove si fusse. Si maraviglia che nudo si vede, e tante funi ha da le spalle al piede. 60 Poi disse, come giá disse Sileno a quei che lo legar nel cavo speco: Solvite me, con viso sí sereno, con guardo sí men de l’usato bieco, che fu slegato; e de’ panni ch’avieno fatti arrecar participaron seco, consolandolo tutti del dolore, che lo premea, di quel passato errore. 61 Poi che fu all’esser primo ritornato Orlando piú che mai saggio e virile, d’amor si trovò insieme liberato; sí che colei, che sí bella e gentile gli parve dianzi, e ch’avea tanto amato, non stima piú se non per cosa vile. Ogni suo studio, ogni disio rivolse a racquistar quanto giá amor gli tolse. 62 Narrò Bardino intanto a Brandimarte, che morto era il suo padre Monodante; e che a chiamarlo al regno egli da parte veniva prima del fratel Gigliante, poi de le genti ch’abitan le sparte isole in mare, e l’ultime in Levante; di che non era un altro regno al mondo sí ricco, populoso, o sí giocondo. 63 Disse, tra piú ragion che dovea farlo, che dolce cosa era la patria; e quando si disponesse di voler gustarlo, avria poi sempre in odio andare errando. Brandimarte rispose voler Carlo servir per tutta questa guerra e Orlando: e se potea vederne il fin, che poi penseria meglio sopra i casi suoi. 64 Il dí seguente la sua armata spinse verso Provenza il figlio del Danese. Indi Orlando col duca si ristrinse, et in che stato era la guerra, intese: tutta Biserta poi d’assedio cinse, dando però l’onore al duca inglese d’ogni vittoria; ma quel duca il tutto facea, come dal conte venia instrutto. 65 Ch’ordine abbian tra lor, come s’assaglia la gran Biserta, e da che lato e quando, come fu presa alla prima battaglia, chi ne l’onor parte ebbe con Orlando, s’io non vi seguito ora, non vi caglia; ch’io non me ne vo molto dilungando. In questo mezzo di saper vi piaccia, come dai Franchi i Mori hanno la caccia. 66 Fu quasi il re Agramante abbandonato nel pericol maggior di quella guerra; che con molti pagani era tornato Marsilio e ’l re Sobrin dentro alla terra, poi su l’armata e questo e quel montato, che dubbio avean di non salvarsi in terra; e duci e cavallier del popul Moro molti seguito avean l’esempio loro. 67 Pure Agramante la pugna sostiene; e quando finalmente piú non puote, volta le spalle, e la via dritta tiene alle porte non troppo indi remote. Rabican dietro in gran fretta gli viene, che Bradamante stimola e percuote: d’ucciderlo era disïosa molto; che tante volte il suo Ruggier le ha tolto. 68 Il medesmo desir Marfisa avea, per far del padre suo tarda vendetta; e con gli sproni, quanto piú potea, facea il destrier sentir ch’ella avea fretta. Ma né l’una né l’altra vi giungea sí a tempo, che la via fosse intercetta al re d’entrar ne la cittá serrata, et indi poi salvarsi in su l’armata. 69 Come due belle e generose parde che fuor del lascio sien di pari uscite, poscia ch’i cervi o le capre gagliarde indarno aver si veggano seguite, vergognandosi quasi, che fur tarde, sdegnose se ne tornano e pentite; cosí tornâr le due donzelle, quando videro il pagan salvo, sospirando. 70 Non però si fermâr; ma ne la frotta degli altri che fuggivano, cacciârsi, di qua di lá facendo ad ogni botta molti cader senza mai piú levarsi. A mal partito era la gente rotta, che per fuggir non potea ancor salvarsi; ch’Agramante avea fatto per suo scampo chiuder la porta ch’uscia verso il campo, 71 e fatto sopra il Rodano tagliare i ponti tutti. Ah sfortunata plebe, che dove del tiranno utile appare, sempre è in conto di pecore e di zebe! Chi s’affoga nel fiume e chi nel mare, chi sanguinose fa di sé le glebe. Molti perîr, pochi restâr prigioni; che pochi a farsi taglia erano buoni. 72 De la gran moltitudine ch’uccisa fu da ogni parte in questa ultima guerra (ben che la cosa non fu ugual divisa; ch’assai piú andâr dei Saracin sotterra per man di Bradamante e di Marfisa), se ne vede ancor segno in quella terra; che presso ad Arli, ove il Rodano stagna, piena di sepolture è la campagna. 73 Fatto avea intanto il re Agramante sciorre e ritirar in alto i legni gravi, lasciando alcuni, e i piú leggieri, a tôrre quei che volean salvarsi in su le navi. Vi ste’ duo dí per chi fuggia raccorre, e perché venti eran contrari e pravi: fece lor dar le vele il terzo giorno; ch’in Africa credea di far ritorno. 74 Il re Marsilio che sta in gran paura ch’alla sua Spagna il fio pagar non tocche, e la tempesta orribilmente oscura sopra suoi campi all’ultimo non scocche; si fe’ porre a Valenza, e con gran cura cominciò a riparar castella e ròcche, e preparar la guerra che fu poi la sua ruina e degli amici suoi. 75 Verso Africa Agramante alzò le vele de’ legni male armati, e vòti quasi; d’uomini vòti, e pieni di querele, perch’in Francia i tre quarti eran rimasi. Chi chiama il re superbo, chi crudele, chi stolto; e come avviene in simil casi, tutti gli voglion mal ne’ lor secreti; ma timor n’hanno, e stan per forza cheti. 76 Pur duo talora o tre schiudon le labbia, ch’amici sono, e che tra lor s’han fede, e sfogano la colera e la rabbia; e ’l misero Agramante ancor si crede ch’ognun gli porti amore, e pietá gli abbia: e questo gl’intervien, perché non vede mai visi se non finti, e mai non ode se non adulazion, menzogne e frode. 77 Erasi consigliato il re africano di non smontar nel porto di Biserta, però ch’avea del popul nubïano, che quel lito tenea, novella certa; ma tenersi di sopra sí lontano, che non fosse acre la discesa et erta; mettersi in terra, e ritornare al dritto a dar soccorso al suo populo afflitto. 78 Ma il suo fiero destin che non risponde a quella intenzïon provida e saggia, vuol che l’armata che nacque di fronde miracolosamente ne la spiaggia, e vien solcando inverso Francia l’onde, con questa ad incontrar di notte s’aggia, a nubiloso tempo, oscuro e tristo, perché sia in piú disordine sprovisto. 79 Non ha avuto Agramante ancora spia, ch’Astolfo mandi una armata sí grossa; né creduto anco a chi ’l dicesse, avria, che cento navi un ramuscel far possa: e vien senza temer ch’intorno sia che contra lui s’ardisca di far mossa; né pone guardie né veletta in gabbia, che di ciò che si scuopre avisar abbia. 80 Sí che i navili che d’Astolfo avuti avea Dudon, di buona gente armati, e che la sera avean questi veduti, et alla volta lor s’eran drizzati, assalîr gli nimici sprovveduti, gittaro i ferri, e sonsi incatenati, poi ch’al parlar certificati fôro, ch’erano Mori e gli nimici loro. 81 Ne l’arrivar che i gran navili fenno (spirando il vento a’ lor desir secondo), nei Saracin con tale impeto denno, che molti legni ne cacciaro al fondo. Poi cominciaro oprar le mani e il senno, e ferro e fuoco e sassi di gran pondo tirar con tanta e sí fiera tempesta, che mai non ebbe il mar simile a questa. 82 Quei di Dudone, a cui possanza e ardire piú del solito è lor dato di sopra (che venuto era il tempo di punire i Saracin di piú d’una mal’opra), sanno appresso e lontan sí ben ferire, che non trova Agramante ove si cuopra. Gli cade sopra un nembo di saette; da lato ha spade e graffi e picche e accette. 83 D’alto cader sente gran sassi e gravi da machine cacciati e da tormenti; e prore e poppe fraccassar de navi, et aprire usci al mar larghi e patenti; e ’l maggior danno è de l’incendi pravi, a nascer presti, ad ammorzarsi lenti. La sfortunata ciurma si vuol tôrre del gran periglio, e via piú ognor vi corre. 84 Altri che ’l ferro e l’inimico caccia, nel mar si getta, e vi s’affoga e resta: altri che muove a tempo piedi e braccia, va per salvarsi o in quella barca o in questa; ma quella, grave oltre il dover, lo scaccia, e la man, per salir troppo molesta, fa restare attaccata ne la sponda: ritorna il resto a far sanguigna l’onda. 85 Altri che spera in mar salvar la vita, o perderlavi almen con minor pena, poi che notando non ritrova aita, e mancar sente l’animo e la lena, alla vorace fiamma c’ha fuggita, la tema di annegarsi anco rimena: s’abbraccia a un legno ch’arde, e per timore c’ha di due morte, in ambe se ne muore. 86 Altri per tema di spiedo o d’accetta che vede appresso, al mar ricorre invano, perché dietro gli vien pietra o saetta che non lo lascia andar troppo lontano. Ma saria forse, mentre che diletta il mio cantar, consiglio utile e sano di finirlo, piú tosto che seguire tanto, che v’annoiasse il troppo dire. |
| Ludovico Ariosto Orlando Furioso |