| Ïðèîáðåñòè Êóðñ Çíàòîê |
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021 Ludovico Ariosto Orlando Furioso 1516 |
| CANTO TRENTESIMOQUARTO 1 Oh famelice, inique e fiere arpie ch’all’accecata Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena! Innocenti fanciulli e madri pie cascan di fame, e veggon ch’una cena di questi mostri rei tutto divora ciò che del viver lor sostegno fôra. 2 Troppo fallò chi le spelonche aperse, che giá molt’anni erano state chiuse; onde il fetore e l’ingordigia emerse, ch’ad ammorbare Italia si diffuse. Il bel vivere allora si summerse; e la quïete in tal modo s’escluse, ch’in guerre, in povertá sempre e in affanni è dopo stata, et è per star molt’anni: 3 fin ch’ella un giorno ai neghitosi figli scuota la chioma, e cacci fuor di Lete, gridando lor: — Non fia chi rassimigli alla virtú di Calai e di Zete? che le mense dal puzzo e dagli artigli liberi, e torni a lor mondizia liete, come essi giá quelle di Fineo, e dopo fe’ il paladin quelle del re etïopo. — 4 Il paladin col suono orribil venne le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta, tanto ch’a piè d’un monte si ritenne, ove esse erano entrate in una grotta. L’orecchie attente allo spiraglio tenne, e l’aria ne sentí percossa e rotta da pianti e d’urli e da lamento eterno: segno evidente quivi esser lo ’nferno. 5 Astolfo si pensò d’entrarvi dentro, e veder quei c’hanno perduto il giorno, e penetrar la terra fin al centro, e le bolgie infernal cercare intorno. — Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro, che mi posso aiutar sempre col corno? Farò fuggir Plutone e Satanasso, e ’l can trifauce leverò dal passo. — 6 De l’alato destrier presto discese, e lo lasciò legato a un arbuscello: poi si calò ne l’antro, e prima prese il corno, avendo ogni sua speme in quello. Non andò molto inanzi, che gli offese il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello, piú che di pece grave e che di zolfo: non sta d’andar per questo inanzi Astolfo. 7 Ma quanto va piú inanzi, piú s’ingrossa il fumo e la caligine, e gli pare ch’andare inanzi piú troppo non possa; che sará forza a dietro ritornare. Ecco, non sa che sia, vede far mossa da la volta di sopra, come fare il cadavero appeso al vento suole, che molti dí sia stato all’acqua e al sole. 8 Sí poco, e quasi nulla era di luce in quella affumicata e nera strada, che non comprende e non discerne il duce chi questo sia che sí per l’aria vada; e per notizia averne si conduce a dargli uno o duo colpi de la spada. Stima poi ch’uno spirto esser quel debbia; che gli par di ferir sopra la nebbia. 9 Allor sentí parlar con voce mesta: — Deh, senza fare altrui danno, giú cala! Pur troppo il negro fumo mi molesta, che dal fuoco infernal qui tutto esala. — Il duca stupefatto allor s’arresta, e dice all’ombra: — Se Dio tronchi ogni ala al fumo, sí ch’a te piú non ascenda, non ti dispiaccia che ’l tuo stato intenda. 10 E se vuoi che di te porti novella nel mondo su, per satisfarti sono. — L’ombra rispose: — Alla luce alma e bella tornar per fama ancor sí mi par buono, che le parole è forza che mi svella il gran desir c’ho d’aver poi tal dono, e che ’l mio nome e l’esser mio ti dica, ben che ’l parlar mi sia noia e fatica. — 11 E cominciò: — Signor, Lidia sono io, del re di Lidia in grande altezza nata, qui dal giudicio altissimo di Dio al fumo eternamente condannata, per esser stata al fido amante mio, mentre io vissi, spiacevole et ingrata. D’altre infinite è questa grotta piena, poste per simil fallo in simil pena. 12 Sta la cruda Anassarete piú al basso, ove è maggiore il fumo e piú martíre. Restò converso al mondo il corpo in sasso, e l’anima qua giú venne a patire, poi che veder per lei l’afflitto e lasso suo amante appeso poté sofferire. Qui presso è Dafne, ch’or s’avvede quanto errasse a fare Apollo correr tanto. 13 Lungo saria se gl’infelici spirti de le femine ingrate, che qui stanno, volesse ad uno ad uno riferirti; che tanti son, ch’in infinito vanno. Piú lungo ancor saria gli uomini dirti, a’ quai l’essere ingrato ha fatto danno, e che puniti sono in peggior loco, ove il fumo gli accieca, e cuoce il fuoco. 14 Perchè le donne piú facili e prone a creder son, di piú supplicio è degno chi lor fa inganno. Il sa Teseo e Iasone e chi turbò a Latin l’antiquo regno; sallo ch’incontra sé il frate Absalone per Tamar trasse a sanguinoso sdegno; et aitri et altre: che sono infiniti, che lasciato han chi moglie e chi mariti. 15 Ma per narrar di me piú che d’altrui, e palesar l’error che qui mi trasse, bella, ma altiera piú, sí in vita fui, che non so s’altra mai mi s’aguagliasse: né ti saprei ben dir, di questi dui, s’in me l’orgoglio o la beltá avanzasse; quantunque il fasto e l’alterezza nacque da la beltá ch’a tutti gli occhi piacque. 16 Era in quel tempo in Tracia un cavalliero estimato il miglior del mondo in arme, il qual da piú d’un testimonio vero di singular beltá sentí lodarme; tal che spontaneamente fe’ pensiero di volere il suo amor tutto donarme, stimando meritar per suo valore, che caro aver di lui dovessi il core. 17 In Lidia venne; e d’un laccio piú forte vinto restò, poi che veduta m’ebbe. Con gli altri cavallier si messe in corte del padre mio, dove in gran fama crebbe. L’alto valore e le piú d’una sorte prodezze che mostrò, lungo sarebbe a raccontarti, e il suo merto infinito, quando egli avesse a piú grato uom servito. 18 Panfilia e Caria e il regno de’ Cilici per opra di costui mio padre vinse; che l’esercito mai contra i nimici, se non quanto volea costui, non spinse. Costui, poi che gli parve i benefici suoi meritarlo, un dí col re si strinse a domandargli in premio de le spoglie tante arrecate, ch’io fossi sua moglie. 19 Fu repulso dal re, ch’in grande stato maritar disegnava la figliuola, non a costui che cavallier privato altro non tien che la virtude sola: e ’l padre mio troppo al guadagno dato, e all’avarizia, d’ogni vizio scuola, tanto apprezza costumi, o virtú ammira, quanto l’asino fa il suon de la lira. 20 Alceste, il cavallier di ch’io ti parlo (che cosí nome avea), poi che si vede repulso da chi piú gratificarlo era piú debitor, commiato chiede; e lo minaccia, nel partir, di farlo pentir che la figliuola non gli diede. Se n’andò al re d’Armenia, emulo antico del re di Lidia e capital nimico; 21 e tanto stimulò, che lo dispose a pigliar l’arme e far guerra a mio padre. Esso per l’opre sue chiare e famose fu fatto capitan di quelle squadre. Pel re d’Armenia tutte l’altre cose disse ch’acquisteria: sol le leggiadre e belle membra mie volea per frutto de l’opra sua, vinto ch’avesse il tutto. 22 Io non ti potre’ esprimere il gran danno ch’Alceste al padre mio fa in quella guerra. Quattro eserciti rompe, e in men d’un anno lo mena a tal, che non gli lascia terra, fuor ch’un castel ch’alte pendici fanno fortissimo; e lá dentro il re si serra con la famiglia che piú gli era accetta, e col tesor che trar vi puote in fretta. 23 Quivi assedionne Alceste; et in non molto termine a tal disperazion ne trasse, che per buon patto avria mio padre tolto che moglie e serva ancor me gli lasciasse con la metá del regno, s’indi assolto restar d’ogni altro danno si sperasse. Vedersi in breve de l’avanzo privo era ben certo, e poi morir captivo. 24 Tentar, prima ch’accada, si dispone ogni rimedio che possibil sia; e me, che d’ogni male era cagione, fuor de la ròcca, ov’era Alceste invia. Io vo ad Alceste con intenzïone di dargli in preda la persona mia, e pregar che la parte che vuol tolga del regno nostro, e l’ira in pace volga. 25 Come ode Alceste ch’io vo a ritrovarlo, mi viene incontra pallido e tremante: di vinto e di prigione, a riguardarlo, piú che di vincitore, have sembiante. Io che conosco ch’arde, non gli parlo sí come avea giá disegnato inante: vista l’occasïon, fo pensier nuovo convenïente al grado in ch’io lo trovo. 26 A maledir comincio l’amor d’esso, e di sua crudeltá troppo a dolermi, ch’iniquamente abbia mio padre oppresso, e che per forza abbia cercato avermi; che con piú grazia gli saria successo indi a non molti dí, se tener fermi saputo avesse i modi cominciati, ch’al re et a tutti noi sí furon grati. 27 E se ben da principio il padre mio gli avea negata la domanda onesta (però che di natura è un poco rio, né mai si piega alla prima richiesta), farsi per ciò di ben servir restio non doveva egli, e aver l’ira sí presta; anzi, ognor meglio oprando, tener certo venire in breve al desïato merto. 28 E quando anco mio padre a lui ritroso stato fosse, io l’avrei tanto pregato, ch’avria l’amante mio fatto mio sposo. Pur, se veduto io l’avessi ostinato, avrei fatto tal opra di nascoso, che di me Alceste si saria lodato. Ma poi ch’a lui tentar parve altro modo, io di mai non l'amar fisso avea il chiodo. 29 E se ben era a lui venuta, mossa da la pietá ch’al mio padre portava, sia certo che non molto fruir possa il piacer ch’al dispetto mio gli dava; ch’era per far di me la terra rossa, tosto ch’io avessi alla sua voglia prava con questa mia persona satisfatto di quel che tutto a forza saria fatto. 30 Queste parole e simili altre usai, poi che potere in lui mi vidi tanto; e ’l piú pentito lo rendei, che mai si trovasse ne l’eremo alcun santo. Mi cadde a’ piedi, e supplicommi assai, che col coltel che si levò da canto (e volea in ogni modo ch’io ’l pigliassi) di tanto fallo suo mi vendicassi. 31 Poi ch’io lo trovo tale, io fo disegno la gran vittoria insin al fin seguire: gli do speranza di farlo anco degno che la persona mia potrá fruire, s’emendando il suo error, l’antiquo regno al padre mio fará restituire; e nel tempo a venir vorrá acquistarme servendo, amando, e non mai piú per arme. 32 Cosí far mi promesse, e ne la ròcca intatta mi mandò, come a lui venni, né di baciarmi pur s’ardí la bocca: vedi s’al collo il giogo ben gli tenni; vedi se bene Amor per me lo tocca, se convien che per lui piú strali impenni. Al re d’Armenia andò, di cui dovea esser per patto ciò che si prendea: 33 e con quel miglior modo ch’usar puote, lo priega ch’al mio padre il regno lassi, del qual le terre ha depredate e vòte, et a goder l’antiqua Armenia passi. Quel re, d’ira infiammando ambe le gote, disse ad Alceste che non vi pensassi; che non si volea tor da quella guerra, fin che mio padre avea palmo di terra. 34 E s’Alceste è mutato alle parole d’una vil feminella, abbiasi il danno. Giá a’ prieghi esso di lui perder non vuole quel ch’a fatica ha preso in tutto un anno. Di nuovo Alceste il priega, e poi si duole che seco effetto i prieghi suoi non fanno. All’ultimo s’adira, e lo minaccia che vuol, per forza o per amor lo faccia. 35 L’ira multiplicò sí, che li spinse da le male parole ai peggior fatti. Alceste contra il re la spada strinse fra mille ch’in suo aiuto s’eran tratti, e mal grado lor tutti, ivi l’estinse; e quel dí ancor gli Armeni ebbe disfatti, con l’aiuto de’ Cilici e de’ Traci che pagava egli, e d’altri suoi seguaci. 36 Seguitò la vittoria, et a sue spese, senza dispendio alcun del padre mio, ne rendé tutto il regno in men d’un mese. Poi per ricompensarne il danno rio, oltr’alle spoglie che ne diede, prese in parte, e gravò in parte di gran fio Armenia e Capadocia che confina, e scórse Ircania fin su la marina. 37 In luogo di trionfo, al suo ritorno, facemmo noi pensier dargli la morte. Restammo poi, per non ricever scorno; che lo veggián troppo d’amici forte. Fingo d’amarlo, e piú di giorno in giorno gli do speranza d’essergli consorte; ma prima contra altri nimici nostri dico voler che sua virtú dimostri. 38 E quando sol, quando con poca gente lo mando a strane imprese e perigliose, da farne morir mille agevolmente: ma lui successer ben tutte le cose; che tornò con vittoria, e fu sovente con orribil persone e monstruose, con Giganti a battaglia e Lestrigoni, ch’erano infesti a nostre regïoni. 39 Non fu da Euristeo mai, non fu mai tanto da la matrigna esercitato Alcide in Lerna, in Nemea, in Tracia, in Erimanto, alle valli d’Etolia, alle Numide, sul Tevre, su l’Ibero e altrove; quanto con prieghi finti e con voglie omicide esercitato fu da me il mio amante, cercando io pur di torlomi davante. 40 Né potendo venire al primo intento, vengone ad un di non minore effetto: gli fo quei tutti ingiurïar, ch’io sento che per lui sono, e a tutti in odio il metto. Egli che non sentia maggior contento che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto le mani ai cenni miei sempre avea pronte, senza guardare un piú d’un altro in fronte. 41 Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso spento aver del mio padre ogni nimico, e per lui stesso Alceste aver conquiso, che non si avea, per noi, lasciato amico; quel ch’io gli avea con simulato viso celato fin allor, chiaro gli esplico: che grave e capitale odio gli porto, e pur tuttavia cerco che sia morto. 42 Considerando poi, s’io lo facessi, ch’in publica ignominia ne verrei (sapeasi troppo quanto io gli dovessi, e crudel detta sempre ne sarei), mi parve fare assai ch’io gli togliessi di mai venir piú inanzi agli occhi miei. Né veder né parlar mai piú gli volsi, né messo udi’, né lettera ne tolsi. 43 Questa mia ingratitudine gli diede tanto martír, ch’al fin dal dolor vinto, e dopo un lungo domandar mercede, infermo cadde, e ne rimase estinto. Per pena ch’al fallir mio si richiede, or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto del negro fumo: e cosí avrò in eterno; che nulla redenzione è ne l’inferno. — 44 Poi che non parla piú Lidia infelice, va il duca per saper s’altri vi stanzi: ma la caligine alta ch’era ultrice de l’opre ingrate, sí gl’ingrossa inanzi, ch’andare un palmo sol piú non gli lice; anzi a forza tornar gli conviene, anzi, perché la vita non gli sia intercetta dal fumo, i passi accelerar con fretta. 45 Il mutar spesso de le piante ha vista di corso, e non di chi passeggia o trotta. Tanto, salendo inverso l’erta, acquista, che vede dove aperta era la grotta; e l’aria, giá caliginosa e trista, dal lume cominciava ad esser rotta. Al fin con molto affanno e grave ambascia esce de l’antro, e dietro il fumo lascia. 46 E perché del tornar la via sia tronca a quelle bestie c’han sí ingorde l’epe, raguna sassi, e molti arbori tronca, che v’eran qual d’amomo e qual di pepe; e come può, dinanzi alla spelonca fabrica di sua man quasi una siepe: e gli succede cosí ben quell’opra, che piú l’arpie non torneran di sopra. 47 Il negro fumo de la scura pece, mentre egli fu ne la caverna tetra, non macchiò sol quel ch’apparia, et infece, ma sotto i panni ancora entra e penètra; sí che per trovare acqua andar lo fece cercando un pezzo; e al fin fuor d’una pietra vide una fonte uscir ne la foresta, ne la qual si lavò dal piè alla testa. 48 Poi monta il volatore, e in aria s’alza per giunger di quel monte in su la cima, che non lontan con la superna balza dal cerchio de la luna esser si stima. Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza, ch’al cielo aspira, e la terra non stima. De l’aria piú e piú sempre guadagna, tanto ch’al giogo va de la montagna. 49 Zafir, rubini, oro, topazi e perle, e diamanti e crisoliti e iacinti potriano i fiori assimigliar, che per le liete piaggie v’avea l’aura dipinti: sí verdi l’erbe, che possendo averle qua giú, ne fôran gli smeraldi vinti; né men belle degli arbori le frondi, e di frutti e di fior sempre fecondi. 50 Cantan fra i rami gli augelletti vaghi azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli. Murmuranti ruscelli e cheti laghi di limpidezza vincono i cristalli. Una dolce aura che ti par che vaghi a un modo sempre e dal suo stil non falli, facea sí l’aria tremolar d’intorno, che non potea noiar calor del giorno: 51 e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura gli odor diversi depredando giva, e di tutti faceva una mistura che di soavitá l’alma notriva. Surgea un palazzo in mezzo alla pianura, ch’acceso esser parea di fiamma viva: tanto splendore intorno e tanto lume raggiava, fuor d’ogni mortal costume. 52 Astolfo il suo destrier verso il palagio che piú di trenta miglia intorno aggira, a passo lento fa muovere ad agio, e quinci e quindi il bel paese ammira; e giudica, appo quel, brutto e malvagio, e che sia al cielo et a natura in ira questo ch’abitian noi fetido mondo: tanto è soave quel, chiaro e giocondo. 53 Come egli è presso al luminoso tetto, attonito riman di maraviglia; che tutto d’una gemma è ’l muro schietto, piú che carbonchio lucida e vermiglia. O stupenda opra, o dedalo architetto! Qual fabrica tra noi le rassimiglia? Taccia qualunque le mirabil sette moli del mondo in tanta gloria mette. 54 Nel lucente vestibulo di quella felice casa un vecchio al duca occorre, che ’l manto ha rosso, e bianca la gonnella, che l’un può al latte, e l’altro al minio opporre. I crini ha bianchi, e bianca la mascella di folta barba ch’al petto discorre; et è sí venerabile nel viso, ch’un degli eletti par del paradiso. 55 Costui con lieta faccia al paladino, che riverente era d’arcion disceso, disse: — O baron, che per voler divino sei nel terrestre paradiso asceso; come che né la causa del camino, né il fin del tuo desir da te sia inteso; pur credi che non senza alto misterio venuto sei da l’artico emisperio. 56 Per imparar come soccorrer déi Carlo, e la santa fé tor di periglio, venuto meco a consigliar ti sei per cosí lunga via, senza consiglio. Né a tuo saper, né a tua virtú vorrei ch’esser qui giunto attribuissi, o figlio; che né il tuo corno, né il cavallo alato ti valea, se da Dio non t’era dato. 57 Ragionerem piú ad agio insieme poi, e ti dirò come a procedere hai: ma prima vienti a ricrear con noi; che ’l digiun lungo de’ noiarti ormai. — Continuando il vecchio i detti suoi, fece maravigliare il duca assai, quando, scoprendo il nome suo, gli disse esser colui che l’evangelio scrisse: 58 quel tanto al Redentor caro Giovanni, per cui il sermone tra i fratelli uscío, che non dovea per morte finir gli anni; sí che fu causa che ’l figliuol di Dio a Pietro disse: — Perché pur t’affanni, s’io vo’ che cosí aspetti il venir mio? — Ben che non disse: egli non de’ morire, si vede pur che cosí volse dire. 59 Quivi fu assunto, e trovò compagnia, che prima Enoch, il patriarca, v’era; eravi insieme il gran profeta Elia, che non han vista ancor l’ultima sera; e fuor de l’aria pestilente e ria si goderan l’eterna primavera, fin che dian segno l’angeliche tube, che torni Cristo in su la bianca nube. 60 Con accoglienza grata il cavalliero fu dai santi alloggiato in una stanza; fu provisto in un’altra al suo destriero di buona biada, che gli fu a bastanza. De’ frutti a lui del paradiso diero, di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza scusa non sono i duo primi parenti, se per quei fur sí poco ubbidïenti. 61 Poi ch’a natura il duca aventuroso satisfece di quel che se le debbe, come col cibo, cosí col riposo, che tutti e tutti i commodi quivi ebbe; lasciando giá l’Aurora il vecchio sposo, ch’ancor per lunga etá mai non l’increbbe, si vide incontra ne l’uscir del letto il discipul da Dio tanto diletto; 62 che lo prese per mano, e seco scórse di molte cose di silenzio degne: e poi disse: — Figliuol, tu non sai forse che in Francia accada, ancor che tu ne vegne. Sappi che ’l vostro Orlando, perché torse dal camin dritto le commesse insegne, è punito da Dio, che piú s’accende contra chi egli ama piú, quando s’offende. 63 Il vostro Orlando, a cui nascendo diede somma possanza Dio con sommo ardire, e fuor de l’uman uso gli concede che ferro alcun non lo può mai ferire; perché a difesa di sua santa fede cosí voluto l’ha constituire, come Sansone incontra a’ Filistei constituí a difesa degli Ebrei: 64 renduto ha il vostro Orlando al suo Signore di tanti benefici iniquo merto; che quanto aver piú lo dovea in favore, n’è stato il fedel popul piú deserto. Sí accecato l’avea l’incesto amore d’una pagana, ch’avea giá sofferto due volte e piú venire empio e crudele, per dar la morte al suo cugin fedele. 65 E Dio per questo fa ch’egli va folle, e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco; e l’intelletto sí gli offusca e tolle, che non può altrui conoscere, e sé manco. A questa guisa si legge che volle Nabuccodonosor Dio punir anco, che sette anni il mandò di furor pieno, sí che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno. 66 Ma perch’assai minor del paladino, che di Nabucco, è stato pur l’eccesso, sol di tre mesi dal voler divino a purgar questo error termine è messo. Né ad altro effetto per tanto camino salir qua su t’ha il Redentor concesso, se non perché da noi modo tu apprenda, come ad Orlando il suo senno si renda. 67 Gli è ver che ti bisogna altro vïaggio far meco, e tutta abbandonar la terra. Nel cerchio de la luna a menar t’aggio, che dei pianeti a noi piú prossima erra, perché la medicina che può saggio rendere Orlando, lá dentro si serra. Come la luna questa notte sia sopra noi giunta, ci porremo in via. — 68 Di questo e d’altre cose fu diffuso il parlar de l’apostolo quel giorno. Ma poi che ’l sol s’ebbe nel mar rinchiuso, e sopra lor levò la luna il corno, un carro apparecchiòsi, ch’era ad uso d’andar scorrendo per quei cieli intorno: quel giá ne le montagne di Giudea da’ mortali occhi Elia levato avea. 69 Quattro destrier via piú che fiamma rossi al giogo il santo evangelista aggiunse; e poi che con Astolfo rassettossi, e prese il freno, inverso il ciel li punse. Ruotando il carro, per l’aria levossi, e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse; che ’l vecchio fe’ miracolosamente, che, mentre lo passâr, non era ardente. 70 Tutta la sfera varcano del fuoco, et indi vanno al regno de la luna. Veggon per la piú parte esser quel loco come un acciar che non ha macchia alcuna; e lo trovano uguale, o minor poco di ciò ch’in questo globo si raguna, in questo ultimo globo de la terra, mettendo il mar che la circonda e serra. 71 Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia: che quel paese appresso era sí grande, il quale a un picciol tondo rassimiglia a noi che lo miriam da queste bande; e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia, s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande, discerner vuol; che non avendo luce, l’imagin lor poco alta si conduce. 72 Altri fiumi, altri laghi, altre campagne sono lá su, che non son qui tra noi; altri piani, altre valli, altre montagne, c’han le cittadi, hanno i castelli suoi, con case de le quai mai le piú magne non vide il paladin prima né poi: e vi sono ampie e solitarie selve, ove le ninfe ognor cacciano belve. 73 Non stette il duca a ricercare il tutto; che lá non era asceso a quello effetto. Da l’apostolo santo fu condutto in un vallon fra due montagne istretto, ove mirabilmente era ridutto ciò che si perde o per nostro diffetto, o per colpa di tempo o di Fortuna: ciò che si perde qui, lá si raguna. 74 Non pur di regni o di ricchezze parlo, in che la ruota instabile lavora; ma di quel ch’in poter di tor, di darlo non ha Fortuna, intender voglio ancora. Molta fama è lá su, che, come tarlo, il tempo al lungo andar qua giú divora: lá su infiniti prieghi e voti stanno, che da noi peccatori a Dio si fanno. 75 Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, i vani desidèri sono tanti, che la piú parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giú perdesti mai, lá su salendo ritrovar potrai. 76 Passando il paladin per quelle biche, or di questo or di quel chiede alla guida. Vide un monte di tumide vesiche, che dentro parea aver tumulti e grida; e seppe ch’eran le corone antiche e degli Assirii e de la terra lida, e de’ Persi e de’ Greci, che giá furo incliti, et or n’è quasi il nome oscuro. 77 Ami d’oro e d’argento appresso vede in una massa, ch’erano quei doni che si fan con speranza di mercede ai re, agli avari principi, ai patroni. Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede, et ode che son tutte adulazioni. Di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno. 78 Di nodi d’oro e di gemmati ceppi vede c’han forma i mal seguiti amori. V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi, l’autoritá ch’ai suoi danno i signori. I mantici ch’intorno han pieni i greppi, sono i fumi dei principi e i favori che danno un tempo ai ganimedi suoi, che se ne van col fior degli anni poi. 79 Ruine di cittadi e di castella stavan con gran tesor quivi sozzopra. Domanda, e sa che son trattati, e quella congiura che sí mal par che si cuopra. Vide serpi con faccia di donzella, di monetieri e di ladroni l’opra: poi vide boccie rotte di piú sorti, ch’era il servir de le misere corti. 80 Di versate minestre una gran massa vede, e domanda al suo dottor ch’importe. — L’elemosina è (dice) che si lassa alcun, che fatta sia dopo la morte. — Di varii fiori ad un gran monte passa, ch’ebbe giá buono odore, or putia forte. Questo era il dono (se però dir lece) che Constantino al buon Silvestro fece. 81 Vide gran copia di panie con visco, ch’erano, o donne, le bellezze vostre. Lungo sará, se tutte in verso ordisco le cose che gli fur quivi dimostre; che dopo mille e mille io non finisco, e vi son tutte l’occurrenzie nostre: sol la pazzia non v’è poca né assai; che sta qua giú, né se ne parte mai. 82 Quivi ad alcuni giorni e fatti sui, ch’egli giá avea perduti, si converse; che se non era interprete con lui, non discernea le forme lor diverse. Poi giunse a quel che par sí averlo a nui, che mai per esso a Dio voti non fêrse; io dico il senno: e n’era quivi un monte, solo assai piú che l’altre cose conte. 83 Era come un liquor suttile e molle, atto a esalar, se non si tien ben chiuso; e si vedea raccolto in varie ampolle, qual piú, qual men capace, atte a quell’uso. Quella è maggior di tutte, in che del folle signor d’Anglante era il gran senno infuso; e fu da l’altre conosciuta, quando avea scritto di fuor: Senno d’Orlando. 84 E cosí tutte l’altre avean scritto anco il nome di color di chi fu il senno. Del suo gran parte vide il duca franco; ma molto piú maravigliar lo fenno molti ch’egli credea che dramma manco non dovessero averne, e quivi dénno chiara notizia che ne tenean poco; che molta quantitá n’era in quel loco. 85 Altri in amar lo perde, altri in onori, altri in cercar, scorrendo il mar, richezze; altri ne le speranze de’ signori, altri dietro alle magiche sciocchezze; altri in gemme, altri in opre di pittori, et altri in altro che piú d’altro aprezze. Di sofisti e d’astrologhi raccolto, e di poeti ancor ve n’era molto. 86 Astolfo tolse il suo; che gliel concesse lo scrittor de l’oscura Apocalisse. L’ampolla in ch’era al naso sol si messe, e par che quello al luogo suo ne gisse: e che Turpin da indi in qua confesse ch’Astolfo lungo tempo saggio visse; ma ch’uno error che fece poi, fu quello ch’un’altra volta gli levò il cervello. 87 La piú capace e piena ampolla, ov’era Il senno che solea far savio il conte, Astolfo tolle; e non è sí leggiera, come stimò, con l’altre essendo a monte. Prima che ’l paladin da quella sfera piena di luce alle piú basse smonte, menato fu da l’apostolo santo in un palagio ov’era un fiume a canto; 88 ch’ogni sua stanza avea piena di velli di lin, di seta, di coton, di lana, tinti in varii colori e brutti e belli. Nel primo chiostro una femina cana fila a un aspo traea da tutti quelli, come veggián l’estate la villana traer dai bachi le bagnate spoglie, quando la nuova seta si raccoglie. 89 V’è chi, finito un vello, rimettendo ne viene un altro, e chi ne porta altronde: un’altra de le filze va scegliendo il bel dal brutto che quella confonde. — Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? — dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde: — Le vecchie son le Parche, che con tali stami filano vite a voi mortali. 90 Quanto dura un de’ velli, tanto dura l’umana vita, e non di piú un momento. Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura, per saper l’ora ch’un debba esser spento. Sceglier le belle fila ha l’altra cura, perché si tesson poi per ornamento del paradiso; e dei piú brutti stami si fan per li dannati aspri legami. — 91 Di tutti i velli ch’erano giá messi in aspo, e scelti a farne altro lavoro, erano in brevi piastre i nomi impressi, altri di ferro, altri d’argento o d’oro: e poi fatti n’avean cumuli spessi, de’ quali, senza mai farvi ristoro, portarne via non si vedea mai stanco un vecchio, e ritornar sempre per anco. 92 Era quel vecchio sí espedito e snello, che per correr parea che fosse nato; e da quel monte il lembo del mantello portava pien del nome altrui segnato. Ove n’andava, e perché facea quello, ne l’altro canto vi sará narrato, se d’averne piacer segno farete con quella grata udienza che solete. |
| Ludovico Ariosto Orlando Furioso |