| Ïðèîáðåñòè Êóðñ Çíàòîê |
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021 Ludovico Ariosto Orlando Furioso 1516 |
| CANTO DUODECIMO 1 Cerere, poi che da la madre Idea tornando in fretta alla solinga valle, lá dove calca la montagna Etnea al fulminato Encelado le spalle, la figlia non trovò dove l’avea lasciata fuor d’ogni segnato calle; fatto ch’ebbe alle guancie, al petto, ai crini e agli occhi danno, al fin svelse duo pini; 2 e nel fuoco gli accese di Vulcano, e diè lor non potere esser mai spenti: e portandosi questi uno per mano sul carro che tiravan dui serpenti, cercò le selve, i campi, il monte, il piano, le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, la terra e ’l mare; e poi che tutto il mondo cercò di sopra, andò al tartareo fondo. 3 S’in poter fosse stato Orlando pare all’Eleusina dea, come in disio, non avria, per Angelica cercare, lasciato o selva o campo o stagno o rio o valle o monte o piano o terra o mare, il cielo, e ’l fondo de l’eterno oblio; ma poi che ’l carro e i draghi non avea, la gía cercando al meglio che potea. 4 L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia per Italia cercarla e per Lamagna, per la nuova Castiglia e per la vecchia, e poi passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa cosí, sente all’orecchia una voce venir, che par che piagna: si spinge inanzi; e sopra un gran destriero trottar si vede inanzi un cavalliero, 5 che porta in braccio e su l’arcion davante per forza una mestissima donzella. Piange ella e si dibatte e fa sembiante di gran dolore, et in soccorso appella il valoroso principe d’Anglante; che come mira alla giovane bella, gli par colei, per cui la notte e il giorno cercato Francia avea dentro e d’intorno. 6 Non dico ch’ella fosse, ma parea Angelica gentil ch’egli tant’ama. Egli, che la sua donna e la sua dea vede portar sí addolorata e grama, spinto da l’ira e da la furia rea, con voce orrenda il cavallier richiama; richiama il cavalliero e gli minaccia, e Brigliadoro a tutta briglia caccia. 7 Non resta quel fellon, né gli risponde, all’alta preda, al gran guadagno intento, e sí ratto ne va per quelle fronde, che saria tardo a seguitarlo il vento. L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde selve s’odon sonar d’alto lamento. Correndo usciro in un gran prato; e quello avea nel mezzo un grande e ricco ostello. 8 Di vari marmi con suttil lavoro edificato era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d’oro con la donzella in braccio il cavalliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, che porta Orlando disdegnoso e fiero. Orlando, come è dentro, gli occhi gira; né piú il guerrier, né la donzella mira. 9 Subito smonta, e fulminando passa dove piú dentro il bel tetto s’alloggia: corre di qua, corre di lá, né lassa che non vegga ogni camera, ogni loggia. Poi che i segreti d’ogni stanza bassa ha cerco invan, su per le scale poggia; e non men perde anco a cercar di sopra, che perdessi di sotto, il tempo e l’opra. 10 D’oro e di seta i letti ornati vede: nulla de muri appar né de pareti; che quelle, e il suolo ove si mette il piede, son da cortine ascose e da tapeti. Di su di giú va il conte Orlando e riede; né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica, o quel ladro che n’ha portato il bel viso leggiadro. 11 E mentre or quinci or quindi invano il passo movea, pien di travaglio e di pensieri, Ferraú, Brandimarte e il re Gradasso, re Sacripante et altri cavallieri vi ritrovò, ch’andavano alto e basso, né men facean di lui vani sentieri; e si ramaricavan del malvagio invisibil signor di quel palagio. 12 Tutti cercando il van, tutti gli dánno colpa di furto alcun che lor fatt’abbia: del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia; altri d’altro l’accusa: e cosí stanno, che non si san partir di quella gabbia; e vi son molti, a questo inganno presi, stati le settimane intiere e i mesi. 13 Orlando, poi che quattro volte e sei tutto cercato ebbe il palazzo strano, disse fra sé: — Qui dimorar potrei, gittare il tempo e la fatica invano: e potria il ladro aver tratta costei da un’altra uscita, e molto esser lontano. — Con tal pensiero uscí nel verde prato, dal qual tutto il palazzo era aggirato. 14 Mentre circonda la casa silvestra, tenendo pur a terra il viso chino, per veder s’orma appare, o da man destra o da sinistra, di nuovo camino; si sente richiamar da una finestra: e leva gli occhi; e quel parlar divino gli pare udire, e par che miri il viso, che l’ha da quel che fu, tanto diviso. 15 Pargli Angelica udir, che supplicando e piangendo gli dica: — Aita, aita! la mia virginitá ti raccomando piú che l’anima mia, piú che la vita. Dunque in presenzia del mio caro Orlando da questo ladro mi sará rapita? Piú tosto di tua man dammi la morte, che venir lasci a sí infelice sorte. — 16 Queste parole una et un’altra volta fanno Orlando tornar per ogni stanza, con passione e con fatica molta, ma temperata pur d’alta speranza. Talor si ferma, et una voce ascolta, che di quella d’Angelica ha sembianza (e s’egli è da una parte, suona altronde), che chieggia aiuto; e non sa trovar donde. 17 Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando dissi che per sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando, in un gran prato uscito era del bosco; io dico ch’arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò, se ’l loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa. 18 Tosto che pon dentro alla soglia il piede, per la gran corte e per le loggie mira; né piú il gigante né la donna vede, e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. Di su di giú va molte volte e riede; né gli succede mai quel che desira: né si sa imaginar dove sí tosto con la donna il fellon si sia nascosto. 19 Poi che revisto ha quattro volte e cinque di su di giú camere e loggie e sale, pur di nuovo ritorna, e non relinque che non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme al fin che sian ne le propinque selve, si parte: ma una voce, quale richiamò Orlando, lui chiamò non manco; e nel palazzo il fe’ ritornar anco. 20 Una voce medesma, una persona che paruta era Angelica ad Orlando, parve a Ruggier la donna di Dordona, che lo tenea di sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona di quei ch’andavan nel palazzo errando, a tutti par che quella cosa sia, che piú ciascun per sé brama e desia. 21 Questo era un nuovo e disusato incanto ch’avea composto Atlante di Carena, perché Ruggier fosse occupato tanto in quel travaglio, in quella dolce pena, che ’l mal’influsso n’andasse da canto, l’influsso ch’a morir giovene il mena. Dopo il castel d’acciar, che nulla giova, e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova. 22 Non pur costui, ma tutti gli altri ancora, che di valore in Francia han maggior fama, acciò che di lor man Ruggier non mora, condurre Atlante in questo incanto trama. E mentre fa lor far quivi dimora, perché di cibo non patischin brama, sí ben fornito avea tutto il palagio, che donne e cavallier vi stanno ad agio. 23 Ma torniamo ad Angelica, che seco avendo quell’annel mirabil tanto, ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco, nel dito, l’assicura da l’incanto; e ritrovato nel montano speco cibo avendo e cavalla e veste e quanto le fu bisogno, avea fatto il disegno di ritornare in India al suo bel regno. 24 Orlando volentieri o Sacripante voluto avrebbe in compagnia: non ch’ella piú caro avesse l’un che l’altro amante; anzi di par fu a’ lor disii ribella: ma dovendo, per girsene in Levante, passar tante cittá, tante castella, di compagnia bisogno avea e di guida, né potea aver con altri la piú fida. 25 Or l’uno or l’altro andò molto cercando, prima ch’indizio ne trovasse o spia, quando in cittade, e quando in ville, e quando in alti boschi, e quando in altra via. Fortuna al fin lá dove il conte Orlando, Ferraú e Sacripante era, la invia, con Ruggier, con Gradasso et altri molti che v’avea Atlante in strano intrico avolti. 26 Quivi entra, che veder non la può il mago, e cerca il tutto, ascosa dal suo annello; e truova Orlando e Sacripante vago di lei cercare invan per quello ostello. Vede come, fingendo la sua imago, Atlante usa gran fraude a questo e a quello. Chi tor debba di lor, molto rivolve nel suo pensier, né ben se ne risolve. 27 Non sa stimar chi sia per lei migliore, il conte Orlando o il re dei fier Circassi. Orlando la potrá con piú valore meglio salvar nei perigliosi passi: ma se sua guida il fa, sel fa signore; ch’ella non vede come poi l’abbassi, qualunque volta, di lui sazia, farlo voglia minore, o in Francia rimandarlo. 28 Ma il Circasso depor, quando le piaccia, potrá, se ben l’avesse posto in cielo. Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. L’annel trasse di bocca, e di sua faccia levò dagli occhi a Sacripante il velo. Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne ch’Orlando e Ferraú le sopravenne. 29 Le sopravenne Ferraú et Orlando; che l’uno e l’altro parimente giva di su di giú, dentro e di fuor cercando del gran palazzo lei, ch’era lor diva. Corser di par tutti alla donna, quando nessuno incantamento gli impediva: perché l’annel ch’ella si pose in mano, fece d’Atlante ogni disegno vano. 30 L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa dui di questi guerrier, dei quali io canto; né notte o dí, dopo ch’entraro in questa stanza, l’aveano mai messi da canto; che facile a portar, come la vesta, era lor, perché in uso l’avean tanto. Ferraú il terzo era anco armato, eccetto che non avea, né volea avere elmetto, 31 fin che quel non avea, che ’l paladino tolse Orlando al fratel del re Troiano; ch’allora lo giurò, che l’elmo fino cercò de l’Argalia nel fiume invano: e se ben quivi Orlando ebbe vicino, né però Ferraú pose in lui mano; avenne, che conoscersi tra loro non si potêr, mentre lá dentro fôro. 32 Era cosí incantato quello albergo, ch’insieme riconoscer non poteansi. Né notte mai né dí, spada né usbergo né scudo pur dal braccio rimoveansi. I lor cavalli con la sella al tergo, pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi in una stanza, che presso all’uscita, d’orzo e di paglia sempre era fornita. 33 Atlante riparar non sa né puote, ch’in sella non rimontino i guerrieri per correr dietro alle vermiglie gote, all’auree chiome et a’ begli occhi neri de la donzella, ch’in fuga percuote la sua iumenta, perché volentieri non vede li tre amanti in compagnia, che forse tolti un dopo l’altro avria. 34 E poi che dilungati dal palagio gli ebbe sí, che temer piú non dovea che contra lor l’incantator malvagio potesse oprar la sua fallacia rea; l’annel, che le schivò piú d’un disagio, tra le rosate labra si chiudea: donde lor sparve subito dagli occhi, e gli lasciò come insensati e sciocchi. 35 Come che fosse il suo primier disegno di voler seco Orlando o Sacripante, ch’a ritornar l’avessero nel regno di Galafron ne l’ultimo Levante; le vennero amendua subito a sdegno, e si mutò di voglia in uno instante: e senza piú obligarsi o a questo o a quello, pensò bastar per amendua il suo annello. 36 Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta quelli scherniti la stupida faccia; come il cane talor, se gli è intercetta o lepre o volpe a cui dava la caccia, che d’improviso in qualche tana stretta o in folta macchia o in un fosso si caccia. Di lor si ride Angelica proterva, che non è vista, e i lor progressi osserva. 37 Per mezzo il bosco appar sol una strada: credono i cavallier che la donzella inanzi a lor per quella se ne vada; che non se ne può andar, se non per quella. Orlando corre, e Ferraú non bada, né Sacripante men sprona e puntella. Angelica la briglia piú ritiene, e dietro lor con minor fretta viene. 38 Giunti che fur, correndo, ove i sentieri a perder si venian ne la foresta, e cominciâr per l’erba i cavallieri a riguardar se vi trovavan pesta; Ferraú, che potea fra quanti altieri mai fosser, gir con la corona in testa, si volse con mal viso agli altri dui, e gridò lor: — Dove venite vui? 39 Tornate a dietro, o pigliate altra via, se non volete rimaner qui morti: né in amar né in seguir la donna mia si creda alcun, che compagnia comporti. — Disse Orlando al Circasso: — Che potria piú dir costui, s’ambi ci avesse scorti per le piú vili e timide puttane che da conocchie mai traesser lane? — 40 Poi volto a Ferraú, disse: — Uom bestiale, s’io non guardassi che senza elmo sei, di quel c’hai detto, s’hai ben detto o male, senz’altra indugia accorger ti farei. — Disse il Spagnuol: — Di quel ch’a me non cale, perché pigliarne tu cura ti déi? Io sol contra ambidui per far son buono quel che detto ho, senza elmo come sono. — 41 — Deh (disse Orlando al re di Circassia), in mio servigio a costui l’elmo presta, tanto ch’io gli abbia tratta la pazzia; ch’altra non vidi mai simile a questa. — Rispose il re: — Chi piú pazzo saria? Ma se ti par pur la domanda onesta, prestagli il tuo; ch’io non sarò men atto, che tu sia forse, a castigare un matto. — 42 Suggiunse Ferraú: — Sciocchi voi, quasi che, se mi fosse il portar elmo a grado, voi senza non ne fosse giá rimasi; che tolti i vostri avrei, vostro mal grado. Ma per narrarvi in parte li miei casi, per voto cosí senza me ne vado, et anderò, fin ch’io non ho quel fino che porta in capo Orlando paladino. — 43 — Dunque (rispose sorridendo il conte) ti pensi a capo nudo esser bastante far ad Orlando quel che in Aspramonte egli giá fece al figlio d’Agolante? Anzi credo io, se tel vedessi a fronte, ne tremeresti dal capo alle piante; non che volessi l’elmo, ma daresti l’altre arme a lui di patto, che tu vesti. — 44 Il vantator Spagnuol disse: — Giá molte fïate e molte ho cosí Orlando astretto, che facilmente l’arme gli avrei tolte, quante indosso n’avea, non che l’elmetto; e s’io nol feci, occorrono alle volte pensier che prima non s’aveano in petto: non n’ebbi, giá fu, voglia; or l’aggio, e spero che mi potrá succeder di leggiero. — 45 Non poté aver piú pazïenzia Orlando, e gridò: — Mentitor, brutto marrano, in che paese ti trovasti, e quando, a poter piú di me con l’arme in mano? Quel paladin, di che ti vai vantando, son io, che ti pensavi esser lontano. Or vedi se tu puoi l’elmo levarme, o s’io son buon per tôrre a te l’altre arme. 46 Né da te voglio un minimo vantaggio. — Cosí dicendo, l’elmo si disciolse, e lo suspese a un ramuscel di faggio; e quasi a un tempo Durindana tolse. Ferraú non perdé di ciò il coraggio: trasse la spada, e in atto si raccolse, onde con essa e col levato scudo potesse ricoprirsi il capo nudo. 47 Cosí li duo guerrieri incominciaro, lor cavalli aggirando, a volteggiarsi; e dove l’arme si giungeano, e raro era piú il ferro, col ferro a tentarsi. Non era in tutto ’l mondo un altro paro che piú di questo avessi ad accopiarsi: pari eran di vigor, pari d’ardire; né l’un né l’altro si potea ferire. 48 Ch’abbiate, Signor mio, giá inteso estimo, che Ferraú per tutto era fatato, fuor che lá dove l’alimento primo piglia il bambin nel ventre ancor serrato: e fin che del sepolcro il tetro limo la faccia gli coperse, il luogo armato usò portar, dove era il dubbio, sempre di sette piastre fatte a buone tempre. 49 Era ugualmente il principe d’Anglante tutto fatato, fuor che in una parte: ferito esser potea sotto le piante; ma le guardò con ogni studio et arte. Duro era il resto lor piú che diamante (se la fama dal ver non si diparte); e l’uno e l’altro andò, piú per ornato che per bisogno, alle sue imprese armato. 50 S’incrudelisce e inaspra la battaglia, d’orrore in vista e di spavento piena. Ferraú, quando punge e quando taglia, né mena botta che non vada piena: ogni colpo d’Orlando o piastra o maglia e schioda e rompe et apre e a straccio mena. Angelica invisibil lor pon mente, sola a tanto spettacolo presente. 51 Intanto il re di Circassia, stimando che poco inanzi Angelica corresse, poi ch’attaccati Ferraú et Orlando vide restar, per quella via si messe, che si credea che la donzella, quando da lor disparve, seguitata avesse: sí che a quella battaglia la figliuola di Galafron fu testimonia sola. 52 Poi che, orribil come era e spaventosa, l’ebbe da parte ella mirata alquanto, e che le parve assai pericolosa cosí da l’un come da l’altro canto; di veder novitá voluntarosa, disegnò l’elmo tor, per mirar quanto fariano i duo guerrier, vistosel tolto; ben con pensier di non tenerlo molto. 53 Ha ben di darlo al conte intenzïone; ma se ne vuole in prima pigliar gioco. L’elmo dispicca, e in grembio se lo pone, e sta a mirare i cavallieri un poco. Di poi si parte, e non fa lor sermone; e lontana era un pezzo da quel loco, prima ch’alcun di lor v’avesse mente: sí l’uno e l’altro era ne l’ira ardente. 54 Ma Ferraú, che prima v’ebbe gli occhi, si dispiccò da Orlando, e disse a lui: — Deh come n’ha da male accorti e sciocchi trattati il cavallier ch’era con nui! Che premio fia ch’al vincitor piú tocchi, se ’l bel elmo involato n’ha costui? — Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira: non vede l’elmo, e tutto avampa d’ira. 55 E nel parer di Ferraú concorse, che ’l cavallier che dianzi era con loro se lo portasse; onde la briglia torse, e fe’ sentir gli sproni a Brigliadoro. Ferraú che del campo il vide tôrse, gli venne dietro; e poi che giunti fôro dove ne l’erba appar l’orma novella ch’avea fatto il Circasso e la donzella; 56 prese la strada alla sinistra il conte verso una valle, ove il Circasso era ito: si tenne Ferraú piú presso al monte, dove il sentiero Angelica avea trito. Angelica in quel mezzo ad una fonte giunta era, ombrosa e di giocondo sito, ch’ognun che passa, alle fresche ombre invita, né, senza ber, mai lascia far partita. 57 Angelica si ferma alle chiare onde, non pensando ch’alcun le sopravegna; e per lo sacro annel che la nasconde, non può temer che caso rio le avegna. A prima giunta in su l’erbose sponde del rivo l’elmo a un ramuscel consegna; poi cerca, ove nel bosco è miglior frasca, la iumenta legar, perché si pasca. 58 Il cavallier di Spagna, che venuto era per l’orme, alla fontana giunge. Non l’ha sí tosto Angelica veduto, che gli dispare, e la cavalla punge. L’elmo, che sopra l’erba era caduto, ritor non può, che troppo resta lunge. Come il pagan d’Angelica s’accorse, tosto vêr lei pien di letizia corse. 59 Gli sparve, come io dico, ella davante, come fantasma al dipartir del sonno. Cercando egli la va per quelle piante, né i miseri occhi piú veder la ponno. Bestemiando Macone e Trivigante, e di sua legge ogni maestro e donno, ritornò Ferraú verso la fonte, u’ ne l’erba giacea l’elmo del conte. 60 Lo riconobbe, tosto che mirollo, per lettere ch’avea scritte ne l’orlo; che dicean dove Orlando guadagnollo, e come e quando, et a chi fe’ deporlo. Armossene il pagano il capo e il collo, che non lasciò, pel duol ch’avea, di tôrlo; pel duol ch’avea di quella che gli sparve, come sparir soglion notturne larve. 61 Poi ch’allacciato s’ha il buon elmo in testa, aviso gli è, che a contentarsi a pieno, sol ritrovare Angelica gli resta, che gli appar e dispar come baleno. Per lei tutta cercò l’alta foresta: e poi ch’ogni speranza venne meno di piú poterne ritrovar vestigi, tornò al campo spagnuol verso Parigi; 62 temperando il dolor che gli ardea il petto, di non aver sí gran disir sfogato, col refrigerio di portar l’elmetto che fu d’Orlando, come avea giurato. Dal conte, poi che ’l certo gli fu detto, fu lungamente Ferraú cercato; né fin quel dí dal capo gli lo sciolse, che fra duo ponti la vita gli tolse. 63 Angelica invisibile e soletta via se ne va, ma con turbata fronte; che de l’elmo le duol, che troppa fretta le avea fatto lasciar presso alla fonte. — Per voler far quel ch’a me far non spetta (tra sé dicea), levato ho l’elmo al conte: questo, pel primo merito, è assai buono di quanto a lui pur ubligata sono. 64 Con buona intenzione (e sallo Idio), ben che diverso e tristo effetto segua, io levai l’elmo: e solo il pensier mio fu di ridur quella battaglia a triegua; e non che per mio mezzo il suo disio questo brutto Spagnuol oggi consegua. — Cosí di sé s’andava lamentando d’aver de l’elmo suo privato Orlando. 65 Sdegnata e malcontenta la via prese, che le parea miglior, verso Orïente. Piú volte ascosa andò, talor palese, secondo era oportuno, infra la gente. Dopo molto veder molto paese, giunse in un bosco, dove iniquamente fra duo compagni morti un giovinetto trovò, ch’era ferito in mezzo il petto. 66 Ma non dirò d’Angelica or piú inante; che molte cose ho da narrarvi prima: né sono a Ferraú né a Sacripante, sin a gran pezzo per donar piú rima. Da lor mi leva il principe d’Anglante, che di sé vuol che inanzi agli altri esprima le fatiche e gli affanni che sostenne nel gran disio, di che a fin mai non venne. 67 Alla prima cittá ch’egli ritruova (perché d’andare occulto avea gran cura) si pone in capo una barbuta nuova, senza mirar s’ha debil tempra o dura: sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova; sí ne la fatagion si rassicura. Cosí coperto, séguita l’inchiesta; né notte, o giorno, o pioggia, o sol l’arresta. 68 Era ne l’ora, che traea i cavalli Febo del mar con rugiadoso pelo, e l’Aurora di fior vermigli e gialli venía spargendo d’ogn’intorno il cielo; e lasciato le stelle aveano i balli, e per partirsi postosi giá il velo; quando appresso a Parigi un dí passando, mostrò di sua virtú gran segno Orlando. 69 In dua squadre incontrossi: e Manilardo ne reggea l’una, il Saracin canuto, re di Norizia, giá fiero e gagliardo, or miglior di consiglio che d’aiuto; guidava l’altra sotto il suo stendardo il re di Tremisen, ch’era tenuto tra gli Africani cavallier perfetto; Alzirdo fu, da chi ’l conobbe, detto. 70 Questi con l’altro esercito pagano quella invernata avean fatto soggiorno, chi presso alla cittá, chi piú lontano, tutti alle ville o alle castella intorno: ch’avendo speso il re Agramante invano, per espugnar Parigi, piú d’un giorno, volse tentar l’assedio finalmente, poi che pigliar non lo potea altrimente. 71 E per far questo avea gente infinita; che oltre a quella che con lui giunt’era, e quella che di Spagna avea seguita del re Marsilio la real bandiera, molta di Francia n’avea al soldo unita; che da Parigi insino alla riviera d’Arli, con parte di Guascogna (eccetto alcune ròcche) avea tutto suggetto. 72 Or cominciando i trepidi ruscelli a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde, e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli a rivestirsi di tenera fronde; ragunò il re Agramante tutti quelli che seguian le fortune sue seconde, per farsi rassegnar l’armata torma; indi alle cose sue dar miglior forma. 73 A questo effetto il re di Tremisenne con quel de la Norizia ne venía, per lá giungere a tempo, ove si tenne poi conto d’ogni squadra o buona o ria. Orlando a caso ad incontrar si venne (come io v’ho detto) in questa compagnia, cercando pur colei, come egli era uso, che nel carcer d’Amor lo tenea chiuso. 74 Come Alzirdo appressar vide quel conte che di valor non avea pari al mondo, in tal sembiante, in sí superba fronte, che ’l dio de l’arme a lui parea secondo; restò stupito alle fattezze conte, al fiero sguardo, al viso furibondo: e lo stimò guerrier d’alta prodezza; ma ebbe del provar troppa vaghezza. 75 Era giovane Alzirdo, et arrogante per molta forza, e per gran cor pregiato. Per giostrar spinse il suo cavallo inante: meglio per lui, se fosse in schiera stato; che ne lo scontro il principe d’Anglante lo fe’ cader per mezzo il cor passato. Giva in fuga il destrier di timor pieno; che su non v’era chi reggesse il freno. 76 Levasi un grido subito et orrendo, che d’ogn’intorno n’ha l’aria ripiena, come si vede il giovene, cadendo, spicciar il sangue di sí larga vena. La turba verso il conte vien fremendo disordinata, e tagli e punte mena; ma quella è piú, che con pennuti dardi tempesta il fior dei cavallier gagliardi. 77 Con qual rumor la setolosa frotta correr da monti suole o da campagne, se ’l lupo uscito di nascosa grotta, o l’orso sceso alle minor montagne, un tener porco preso abbia talotta, che con grugnito e gran stridor si lagne; con tal lo stuol barbarico era mosso verso il conte, gridando: — Adosso, adosso! — 78 Lance, saette e spade ebbe l’usbergo a un tempo mille, e lo scudo altretante: chi gli percuote con la mazza il tergo, chi minaccia da lato, e chi davante. Ma quel, ch’al timor mai non diede albergo, estima la vil turba e l’arme tante, quel che dentro alla mandra, all’aer cupo, il numer de l’agnelle estimi il lupo. 79 Nuda avea in man quella fulminea spada che posti ha tanti Saracini a morte: dunque chi vuol di quanta turba cada tenere il conto, ha impresa dura e forte. Rossa di sangue giá correa la strada, capace a pena a tante genti morte; perché né targa né capel difende la fatal Durindana, ove discende, 80 né vesta piena di cotone, o tele che circondino il capo in mille vòlti. Non pur per l’aria gemiti e querele, ma volan braccia e spalle e capi sciolti. Pel campo errando va Morte crudele in molti, varii, e tutti orribil volti; e tra sé dice: — In man d’Orlando valci Durindana per cento de mie falci. — 81 Una percossa a pena l’altra aspetta. Ben tosto cominciâr tutti a fuggire; e quando prima ne veniano in fretta (perch’era sol, credeanselo inghiottire), non è chi per levarsi de la stretta l’amico aspetti, e cerchi insieme gire: chi fugge a piedi in qua, chi colá sprona; nessun domanda se la strada è buona. 82 Virtude andava intorno con lo speglio che fa veder ne l’anima ogni ruga: nessun vi si mirò, se non un veglio a cui il sangue l’etá, non l’ardir, sciuga. Vide costui quanto il morir sia meglio, che con suo disonor mettersi in fuga: dico il re di Norizia; onde la lancia arrestò contro il paladin di Francia. 83 E la roppe alla penna de lo scudo del fiero conte, che nulla si mosse. Egli ch’avea alla posta il brando nudo, re Manilardo al trapassar percosse. Fortuna l’aiutò, che ’l ferro crudo in man d’Orlando al venir giú voltosse: tirare i colpi a filo ognor non lece; ma pur di sella stramazzar lo fece. 84 Stordito de l’arcion quel re stramazza: non si rivolge Orlando a rivederlo; che gli altri taglia, tronca, fende, amazza: a tutti pare in su le spalle averlo. Come per l’aria, ove han sí larga piazza, fuggon li storni da l’audace smerlo, cosí di quella squadra ormai disfatta altri cade, altri fugge, altri s’appiatta. 85 Non cessò pria la sanguinosa spada, che fu di viva gente il campo vòto. Orlando è in dubbio a ripigliar la strada, ben che gli sia tutto il paese noto. O da man destra o da sinistra vada, il pensier da l’andar sempre è remoto: d’Angelica cercar, fuor ch’ove sia, sempre è in timore, e far contraria via. 86 Il suo camin (di lei chiedendo spesso) or per li campi or per le selve tenne: e sí come era uscito di se stesso, uscí di strada; e a piè d’un monte venne, dove la notte fuor d’un sasso fesso lontan vide un splendor batter le penne. Orlando al sasso per veder s’accosta, se quivi fosse Angelica reposta. 87 Come nel bosco de l’umil ginepre, o ne la stoppia alla campagna aperta, quando si cerca la paurosa lepre per traversati solchi e per via incerta, si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre, se per ventura vi fosse coperta; cosí cercava Orlando con gran pena la donna sua, dove speranza il mena. 88 Verso quel raggio andando in fretta il conte, giunse ove ne la selva si diffonde da l’angusto spiraglio di quel monte, ch’una capace grotta in sé nasconde; e truova inanzi ne la prima fronte spine e virgulti, come mura e sponde, per celar quei che ne la grotta stanno, da chi far lor cercasse oltraggio e danno. 89 Di giorno ritrovata non sarebbe, ma la facea di notte il lume aperta. Orlando pensa ben quel ch’esser debbe; pur vuol saper la cosa anco piú certa. Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe, tacito viene alla grotta coperta; e fra li spessi rami ne la buca entra, senza chiamar chi l’introduca. 90 Scende la tomba molti gradi al basso, dove la viva gente sta sepolta. Era non poco spazïoso il sasso tagliato a punte di scarpelli in volta; né di luce dïurna in tutto casso, ben che l’entrata non ne dava molta: ma ve ne venía assai da una finestra che sporgea in un pertugio da man destra. 91 In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco, era una donna di giocondo viso; quindici anni passar dovea di poco, quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso: et era bella sí, che facea il loco salvatico parere un paradiso; ben ch’avea gli occhi di lacrime pregni, del cor dolente manifesti segni. 92 V’era una vecchia; e facean gran contese (come uso feminil spesso esser suole), ma come il conte ne la grotta scese, finiron le dispúte e le parole. Orlando a salutarle fu cortese (come con donne sempre esser si vuole), et elle si levaro immantinente, e lui risalutâr benignamente. 93 Gli è ver che si smarriro in faccia alquanto, come improviso udiron quella voce, e insieme entrare armato tutto quanto vider lá dentro un uom tanto feroce. Orlando domandò qual fosse tanto scortese, ingiusto, barbaro et atroce, che ne la grotta tenesse sepolto un sí gentile et amoroso volto. 94 La vergine a fatica gli rispose, interrotta da fervidi signiozzi, che dai coralli e da le preziose perle uscir fanno i dolci accenti mozzi. Le lacrime scendean tra gigli e rose, lá dove avien ch’alcuna se n’inghiozzi. Piacciavi udir ne l’altro canto il resto, Signor, che tempo è omai di finir questo. |
| Ludovico Ariosto Orlando Furioso |