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020
Niccolò Machiavelli
Il Principe
1513
ESORTAZIONE A PRENDERE L’ITALIA E A LIBERARLA DALLE MANI DEI BARBARI

Considerate tutte le cose di cui ho fin qui trattato, mi sono chiesto se le circostanze presenti, in Italia, erano tali da rendere onore a un nuovo principe, e se c’era modo di consentire a un principe saggio e capace di introdurre novità istituzionali tali da assicurare gloria a lui e benefici alla collettività. Ora a me sembra che concorrano tali e tante circostanze favorevoli a un principe nuovo, che io non so se ci fu mai un’epoca più propizia di questa. E se, come dissi già (al capitolo 6), era necessario per mettere in evidenza le grandi qualità di Mosè, di Ciro e di Teseo, che il popolo d’Israele fosse schiavo in Egitto, che i Persiani fossero oppressi dai Medi e che gli Ateniesi fossero dispersi, così ora, per riconoscere il valore di uno spirito italiano, era necessario che l’Italia si riducesse nelle condizioni in cui si trova, e che essa fosse più schiava degli Ebrei, più serva dei Persiani e più dispersa degli Ateniesi; senza guida, senza ordine, battuta, spogliata, lacera, saccheggiata e percorsa dallo straniero, dopo aver sopportato ogni genere di calamità.

Qualche spiraglio di luce si è manifestato talvolta in qualche italiano, tale da poter far pensare che egli fosse mandato da Dio per la redenzione dell’Italia. Tuttavia si è poi visto che, nel momento decisivo, la fortuna non lo ha assistito. Di modo che, rimasta quasi senza vita, l’Italia attende di vedere quale possa essere l’uomo capace di sanare le sue ferite, di porre fine ai saccheggi della Lombardia, alle imposizioni fiscali del Regno di Napoli e della Toscana, e di guarirla dalle piaghe già da lungo tempo incancrenite. Vediamo come essa preghi Dio che le mandi qualcuno per redimerla dalle crudeltà e dalle prepotenze dei barbari. La vediamo ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purché ci sia uno che la afferri.

Né si vede, oggi, in quale casa regnante essa possa sperare più che nella Casa dei Medici, l’illustre Casa Vostra, la quale, grazie alla sua fortuna e capacità politica, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale ora è a capo, possa mettersi alla testa di questa redenzione. Ciò non sarà molto difficile se terrete presenti le imprese e la vita degli eroi sopra nominati. E benché quegli uomini fossero eccezionali e meravigliosi, nondimeno furono uomini, e ognuno di loro agì in circostanze meno favorevoli delle attuali, perché l’impresa a cui misero mano non fu più giusta di questa di cui qui stiamo parlando, né più facile, né Dio fu con loro più amico che con voi. Nell’impresa di cui stiamo parlando c’è una grande giustizia: «È giusta la guerra per coloro ai quali è necessaria; e sacre sono le armi quando in esse è riposta l’unica speranza».1 Tutto sembra essere disposto in favore dell’impresa e, in tali circostanze, non possono esserci grandi difficoltà, purché si prenda esempio da coloro che ho proposti per modello. Oltre a tutto possono esserci prodigi incomparabili guidati da Dio: il mare si è aperto; una nube vi ha indicato il cammino; da una pietra è scaturita l’acqua; qui la manna è piovuta dal cielo; ogni cosa ha contribuito alla vostra grandezza. Il resto dovete farlo voi. Dio non vuole fare tutto, per non privarci del libero arbitrio e di quella parte di gloria che ci spetta.

Non c’è da meravigliarsi se nessuno dei predetti Italiani ha potuto fare ciò che si può sperare sarà fatto dall’illustre Casa Vostra, anche se in tanti rivolgimenti avutisi in Italia e in tanti esercizi di guerra, ci sembra sempre che il valore militare dell’Italia sia finito. Ciò dipende dal fatto che i vecchi ordinamenti italiani non erano più buoni, e non c’è stato nessuno capace di trovarne di nuovi. Niente, tuttavia, dà tanta gloria e rispetto a un uomo nuovo, quanto il creare nuove leggi e nuovi ordinamenti, che siano ben fondati e possiedano una loro grandiosità. E in Italia non manca la materia a cui dare forma: c’è il grande valore del popolo, anche se manca il valore dei capi. Osservate fino a qual punto nei duelli e nei combattimenti fra pochi gli Italiani siano superiori per forza, per destrezza e per ingegno; ma non appena si passa agli eserciti, fanno cattiva figura. Tutto dipende dalla debolezza dei capi. Coloro che sanno non sono obbediti, e ognuno crede di saper comandare, non essendoci stato finora nessuno in grado di distinguersi, grazie alla capacità politica e alla fortuna, in modo da umiliare gli altri. Da ciò dipende se da tanto tempo, nelle numerose guerre avutesi durante gli ultimi vent’anni, ogni esercito interamente italiano ha sempre dato cattiva prova di sé. Ne sono prova le battaglie del Taro, di Alessandria, di Capua, di Genova, di Agnadello, di Bologna, di Mestre.

Volendo dunque la illustre Casa Vostra imitare gli eccellenti uomini che liberarono le loro terre, è necessario innanzi tutto, per render sicura l’impresa, provvedersi di un proprio esercito. Sarà il più fidato, il più vero, il migliore. Dato che ciascuno dei soldati ha buone qualità, tutti insieme diventeranno migliori, se vedranno che a comandarli, a coprirli di gloria e a trattarli umanamente sarà un loro principe. È necessario, pertanto, predisporre questo esercito per potere, col valore degli italiani, difendersi dai nemici esterni.

Benché la fanteria svizzera e quella spagnola siano considerate terribili, tuttavia ambedue possiedono alcuni difetti, per cui un terzo tipo di esercito potrebbe non solamente opporsi a esse, ma contare di batterle. Gli Spagnoli, infatti, non possono sostenere l’urto della cavalleria e gli Svizzeri debbono temere le altre fanterie, quando queste siano egualmente determinate a combattere. Perciò si è visto, e si continuerà a vedere, che gli Spagnoli non possono sostenere l’urto della cavalleria francese, e che gli Svizzeri possono essere battuti da una fanteria spagnola. Quest’ultimo fatto dovrebbe essere sottoposto ad altre prove, ma se ne è avuto un saggio alla battaglia di Ravenna, quando le fanterie spagnole affrontarono i battaglioni tedeschi che adottano lo stesso schieramento degli Svizzeri. Gli Spagnoli, con l’agilità del corpo e con l’aiuto dei loro piccoli scudi rotondi, penetrarono sotto le picche nemiche e colpirono i Tedeschi incapaci di difendersi; li avrebbero annientati tutti, se non fosse arrivata la cavalleria. Individuato il lato debole dell’una e dell’altra di queste fanterie, se ne può dunque istituire una di tipo nuovo, la quale resista alla cavalleria e non abbia paura degli altri fanti, il che sarà frutto della qualità delle armi e di un nuovo modo di schierarsi. Proprio queste sono le innovazioni che dànno prestigio e grandezza a un principe nuovo.

Non si faccia dunque passare invano l’occasione di dare all’Italia, dopo tanto tempo, un suo redentore. E non ho parole per esprimere con quale amore egli sarebbe accolto in tutte quelle regioni che hanno sofferto per le invasioni straniere; con quale sete di vendetta, con quale ostinata fede, con quale devozione e quali lacrime. Quali porte gli resterebbero chiuse? Quale popolazione gli rifiuterebbe obbedienza? Quale ambizione oserebbe ostacolarlo? Quale Italiano gli negherebbe il rispetto? A tutti riesce intollerabile questo barbaro dominio! Prenda dunque, l’illustre Casa Vostra, questa iniziativa, con l’animo e con la speranza che si addicono alle imprese giuste, affinché sotto l’insegna dei Medici la patria sia nobilitata e sotto i suoi auspici si avveri la predizione del Petrarca:

Virtù contra furore

Prenderà l’arme; e fia ’l combatter corto:

Ché l’antico valore

Nell’italici cor non è ancor morto.2


1. Tito Livio, Storie, IX, 1.
 

2. Versi tratti dalla canzone Italia mia di Francesco Petrarca (1304-1374).

 
Niccolò Machiavelli
Il Principe