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020
Niccolò Machiavelli
Il Principe
1513
COME EVITARE IL DISPREZZO E L’ODIO

Poiché ho già parlato delle più importanti qualità del principe, voglio ora trattare brevemente delle altre, che possono riassumersi in questo precetto generale: il principe deve evitare, come in parte ho detto, tutto quanto possa renderlo odioso e disprezzabile. Se riuscirà a evitarlo, avrà adempiuto al suo dovere e non incontrerà pericolo alcuno in altre azioni disonoranti. Il principe diventa odioso, come già ho detto, soprattutto se rapina e si appropria della roba e delle donne dei sudditi. Deve dunque astenersene. La maggioranza degli uomini vivono contenti se il principe non toglie loro la roba o l’onore; restano le ambizioni di una minoranza ch’egli può controllare in molti modi e con facilità. Il principe diventa invece disprezzabile quando è considerato volubile, superficiale, effeminato, pauroso, irresoluto. Da tutto ciò egli deve guardarsi come dalla peste facendo in modo che nelle sue azioni appaiano la grandezza, il coraggio, la serietà, la forza di carattere. Quanto agli affari privati dei sudditi, deve esigere che la sua sentenza sia irrevocabile. Se questa sarà l’opinione che gli altri avranno di lui, nessuno penserà né a ingannarlo né ad aggirarlo.

Il principe che fornisce questa immagine di sé è assai stimato, ed è difficile tramare congiure o sferrare assalti contro chi è assai stimato, purché si sappia ch’egli è davvero eccellente e rispettato dal suo popolo. Un principe, infatti, deve avere due paure: una interna, che riguarda i sudditi, e una esterna, che riguarda le potenze straniere. Da queste ultime il principe si difende con buoni eserciti e buoni alleati, e avrà sempre buoni alleati se avrà buoni eserciti. Quando le relazioni esterne sono tranquille, anche la situazione interna è tranquilla, a meno che essa non risulti compromessa da una congiura. E quando pure le relazioni esterne non fossero sicure, se il principe si è organizzato e comportato come ho detto, creandosi buoni eserciti e buoni alleati, e se manterrà il suo coraggio, sosterrà sempre ogni attacco. Già vedemmo (al capitolo 9), che questo fu il caso di Nabide spartano.

Quando le relazioni esterne sono tranquille, il principe deve temere che i sudditi congiurino in segreto. Ma da questo egli si difende benissimo se evita di essere odiato o disprezzato e se ottiene che il popolo continui a essere contento di lui, il che è indispensabile, come a lungo si disse (nel capitolo 17). Uno dei più potenti rimedi contro le congiure è quello di non farsi odiare dalla massa dei sudditi, perché i congiurati pensano sempre di uccidere il principe per dare soddisfazione al popolo. Ma, se essi ritengono che offenderebbero il popolo, rinunciano al loro proposito, anche perché le difficoltà incontrate da chi vuol mettere in piedi una congiura sono infinite. L’esperienza insegna che le congiure sono state molte, ma che poche hanno avuto buon fine, perché chi congiura non può essere solo e deve allearsi con persone che egli giudica scontente. Ma dal momento che tu hai svelato i tuoi scopi a una persona scontenta, gli dài occasione di trarre vantaggi denunciandoti, perché chiaramente lui ne può sperare ogni tipo di beneficio. Di modo che, vedendo in ciò un guadagno sicuro, e vedendo nella congiura incertezze e pericoli, ti resterà fedele solo se è un raro amico, o solo se è un ostinatissimo nemico del principe.

Insomma, dalla parte di chi congiura c’è soltanto paura, gelosia, presentimento di castighi spaventosi. Dalla parte del principe ci sono la maestà del principato, le leggi, le difese dello Stato e degli alleati, di modo che, se aggiungiamo a tutto ciò anche il consenso popolare, è impossibile che qualcuno sia così temerario da congiurare. Nel caso in cui il principe riscuota il favore popolare, i congiurati devono aver paura non solo prima di aver compiuto il delitto, ma anche dopo, perché si scontrerebbero col popolo e non troverebbero difese.

Potrei fornire molti esempi di ciò, ma ne offrirò soltanto uno e relativamente recente. Messer Annibale Bentivoglio, nonno dell’Annibale oggi vivente, era principe di Bologna. I Canneschi congiurarono contro di lui e lo uccisero, così che della famiglia del Bentivoglio restò soltanto il figlio Giovanni, ancora in fasce. Subito dopo l’omicidio, il popolo di Bologna si sollevò e ammazzò tutti i Canneschi. E questo fu determinato dal consenso popolare di cui la famiglia del Bentivoglio godeva in quei tempi. E tanto vasto era questo consenso che, non restando a Bologna nessun membro della famiglia in grado, dopo la morte di Annibale, di reggere lo Stato, i Bolognesi si recarono a Firenze avendo saputo che in quella città viveva un parente del Bentivoglio, fino ad allora ritenuto figlio di un fabbro. Lo rintracciarono e gli affidarono il governo di Bologna, che fu da lui governata finché messer Giovanni non pervenne all’età giusta per governare.

Concludo, pertanto, dicendo che un principe deve tenere poco conto delle congiure, se ottiene il consenso popolare. Ma quando è osteggiato e odiato dal popolo, il principe deve temere tutto e tutti. Gli Stati ben organizzati e i prìncipi saggi sono stati molto attenti sia a non inasprire i nobili, sia a tener contento e soddisfatto il popolo. Questo è uno dei principali compiti del principe.

Fra i regni ben ordinati e governati dei tempi nostri, c’è il regno di Francia. In esso ci sono molte buone istituzioni, che garantiscono al re libertà e sicurezza. La prima è il parlamento, con le sue prerogative. Colui che mise ordine in quel regno, infatti, conoscendo l’ambizione e l’insolenza dei potenti, giudicò necessario frenarli e raddrizzarli. D’altra parte, conoscendo l’odio che i popoli nutrono verso i nobili e che è dovuto alla paura, giudicò opportuno fornire ai popoli alcune garanzie. Ma non volle che tutto questo costituisse un compito specifico del re, per evitargli il risentimento dei nobili, se egli si fosse schierato a difesa del popolo, o il risentimento del popolo, se egli avesse dovuto mettersi dalla parte dei nobili. Fu istituito pertanto un terzo giudice, vale a dire un parlamento, con il compito di colpire i nobili e sostenere gli umili. Non poteva esserci decisione più saggia né più prudente per garantire la sicurezza del re e del suo regno. Da ciò si può trarre un altro insegnamento: che il principe deve affidare ad altri i provvedimenti impopolari, e riservare a sé i provvedimenti graditi. Di nuovo concludo dicendo che un principe deve avere considerazione per i nobili, ma non farsi odiare dal popolo.

Molti forse, esaminando la vita e la morte di alcuni imperatori romani, troveranno esempi in contrasto con l’opinione da me espressa. Troveranno che alcuni imperatori, pur avendo sempre vissuto con dignità e coraggio, persero il potere o furono uccisi dai congiurati. Volendo pertanto rispondere a queste obiezioni, esaminerò le qualità di alcuni imperatori e dimostrerò che le cause della loro caduta non furono diverse da quelle da me addotte; nello stesso tempo indicherò i fatti che devono essere messi in evidenza da chi si interessa alla storia di quei tempi. Mi basterà prendere in considerazione gli imperatori che succedettero a Marco Aurelio, fino a Massimino, i quali furono: lo stesso Marco Aurelio, suo figlio Commodo, Pertinace, Giuliano, Settimio Severo, suo figlio Antonino Caracalla, Macrino, Eliogabalo, Alessandro Severo e Massimino.

La prima cosa da sottolineare è che, mentre i prìncipi si devono di solito confrontare solo con l’ambizione dei potenti e con l’inesperienza dei popoli, gli imperatori romani avevano un terzo incomodo, che era quello di doversi confrontare con la crudeltà e con l’avidità dei soldati. Ed era un confronto difficile, così che esso causò la caduta di molti. Era infatti difficile accontentare sia i soldati sia i popoli, perché i popoli amavano la pace, e per questo preferivano i principi moderati, mentre i soldati amavano i principi battaglieri, insolenti, crudeli e rapaci. I soldati volevano che l’imperatore adoperasse queste qualità nei confronti dei popoli, per ottenere uno stipendio raddoppiato e dare libero sfogo alla loro avidità e crudeltà.

Quegli imperatori che, per natura e o per incapacità, non possedevano un prestigio abbastanza grande da tenere a freno e il popolo e la truppa, finirono male. La maggioranza degli imperatori, soprattutto quelli arrivati al potere dal nulla, considerati i pericoli creati dalle due opposte tendenze, preferivano dare soddisfazione ai soldati, ritenendo che il popolo fosse meno pericoloso. Era una decisione necessaria perché, dovendo i prìncipi essere odiati da qualcuno, devono innanzi tutto cercare di non farsi odiare da tutte le classi; e se questo non gli riesce, devono cercare con ogni mezzo di non farsi odiare dalle classi più potenti. Gli imperatori saliti al potere dal nulla, e non per diritto ereditario, avevano bisogno di un sostegno particolarmente forte e cercavano di trovarlo fra i soldati, più che nel popolo. Tale decisione era utile soltanto se sapevano conservare prestigio tra i soldati.

Marco Aurelio, Pertinace e Alessandro Severo furono di gusti modesti, amanti della giustizia, nemici delle crudeltà, umani e benevoli. Tutti ebbero una triste fine, eccetto Marco Aurelio. Soltanto Marco Aurelio visse e morì onoratissimo perché ottenne il potere per diritto ereditario e non dovette farselo dare né dai soldati né dal popolo. Inoltre, essendo dotato di molte virtù che lo rendevano degno di venerazione, tenne sempre a freno soldati e popolo e non fu mai odiato né disprezzato. Pertinace, invece, fu creato imperatore contro il volere dei soldati i quali, essendo abituati a vivere sfrenatamente sotto Commodo, non poterono tollerare la vita onesta ch’egli voleva imporre loro. Pertinace, pertanto, cadde quasi subito perché suscitò odio e perché, essendo vecchio, suscitò anche disprezzo.

Qui si deve osservare che l’odio può essere suscitato dalle buone azioni, oltre che dalle scellerate. Nondimeno, come dissi (al capitolo 17), un principe, se vuole conservare il potere, è spesso costretto a non essere buono. Quando quella forza che tu giudichi necessaria per mantenerti al potere – non importa che sia il popolo, l’esercito o l’aristocrazia – è corrotta, ti conviene seguirne gli orientamenti, per soddisfarli, e in tal caso non compirai affatto buone azioni. Ma passiamo ad Alessandro Severo, dotato di tante buone qualità. Fra le molte lodi che gli si fanno, c’è che nei quattordici anni del suo impero nessuno fu da lui ucciso senza regolare processo; nondimeno, essendo considerato uomo così effeminato da lasciarsi governare dalla madre, suscitò disprezzo. L’esercito cospirò contro di lui e lo ammazzò.

Esaminando ora invece le qualità di Commodo, di Settimio Severo, di Antonino Caracalla e di Massimino, li troverete crudelissimi e rapacissimi poiché, per dare soddisfazione ai soldati, non esitarono a commettere ogni specie di delitto contro il popolo. Tutti loro, eccetto Settimio Severo, ebbero triste fine. Settimio Severo, benché opprimesse il popolo, ebbe capacità politiche tali che gli consentirono sempre di regnare felicemente con l’appoggio dei soldati. Le sue capacità, infatti, lo rendevano così ammirevole agli occhi dei popoli e dei soldati, che i primi in un certo modo restavano attoniti e stupefatti, mentre i secondi erano rispettosi e soddisfatti.

Dato che le azioni di Settimio Severo furono grandi e ricche di insegnamenti per un principe nuovo, voglio brevemente indicare quanto gli riuscisse bene di comportarsi da volpe e da leone, le due nature che, come ho detto (al capitolo 18), un principe deve necessariamente prendere a modello.

Settimio Severo, avendo avuto prove della viltà dell’imperatore Marco Didio Giuliano, persuase l’esercito di cui era a capo e che si trovava in Illiria, dell’opportunità di andare a Roma per vendicare la morte di Pertinace, ucciso dai pretoriani. Con questo pretesto, senza rivelare di aspirar lui stesso all’impero, guidò l’esercito contro Roma e arrivò in Italia prima ancora che vi arrivasse la notizia della sua partenza dall’Illiria. Non appena arrivò a Roma, il Senato terrorizzato votò la morte di Marco Didio Giuliano e lo proclamò imperatore al posto di costui. Dopo questo buon inizio, per impadronirsi dell’intero Stato, Settimio Severo aveva due difficoltà. Una in Asia, dove Caio Pescennio Nigro, capo degli eserciti asiatici, si era fatto proclamare imperatore, e l’altra in Occidente, dove si trovava Decio Claudio Settimio Albino, un altro aspirante all’impero. Poiché gli sembrava pericoloso dichiararsi nemico di tutti e due, Settimio Severo decise di attaccare Nigro e di ingannare Albino. Scrisse ad Albino che, essendo stato eletto imperatore dal Senato, voleva dividere questa carica con lui; gli conferì il titolo di Cesare e, con deliberazione del Senato lo associò al potere. Albino prese per vere tutte queste cose. Ma Settimio Severo, dopo aver sconfitto e ucciso Nigro e dopo aver sedato la rivolta in Oriente, fece ritorno a Roma e si lamentò in Senato per il fatto che Albino, poco riconoscente dei benefici ottenuti, aveva cercato di ammazzarlo con l’inganno. Per questo gli era necessario punire la sua ingratitudine. Andò quindi a cercarlo in Francia e gli tolse il potere e la vita.

Chi esaminerà dunque minuziosamente le azioni di Settimio Severo, troverà che fu un ferocissimo leone e una astutissima volpe; vedrà che fu temuto e riverito da tutti, e che non fu odiato dai soldati; e non si meraviglierà nel constatare che lui, principe nuovo, poté disporre di tanta autorità. Il suo grandissimo prestigio, infatti, lo protesse sempre dall’odio che, a causa delle sue rapine, i popoli avrebbero potuto nutrire. Anche suo figlio Antonino Caracalla possedeva eccellenti qualità che lo rendevano ammirevole agli occhi dei popoli e gradito ai soldati. Era uomo esperto e amante delle armi, resistentissimo alle fatiche, spregiatore di ogni cibo delicato e di ogni altra mollezza, qualità che lo facevano amare da tutti i soldati. Nondimeno la sua ferocia e la sua crudeltà furono così grandi e inaudite – dopo un gran numero di omicidi fece strage di gran parte del popolo romano e di tutto il popolo di Alessandria – che diventò odiosissimo a tutti, e cominciò a essere temuto anche da quelli che gli stavano attorno. Fu ammazzato da un centurione mentre l’esercito era in marcia.

In merito a questo esempio, c’è da osservare che i principi non possono evitare una simile morte, provocata da una persona ostinatamente intenzionata a provocarla, perché chiunque non abbia paura di morire lo può colpire. Il principe, tuttavia, non deve troppo temere una simile morte, perché è rarissima. Deve solo evitare di recar grave offesa a chiunque sia al suo personale servizio o si trovi vicino a lui perché al servizio del principato. Come invece fece Antonino Caracalla, che aveva ucciso in modo oltraggioso un fratello di quel centurione e ogni giorno minacciava quest’ultimo, mantenendolo tuttavia al suo servizio come guardia del corpo. Era una scelta imprudente capace di condurre a una brutta fine, come infatti accadde.

Passiamo a parlare di Commodo. Gli sarebbe stato facilissimo mantenere il potere avendolo ereditato, dato che era figlio di Marco Aurelio. Per rendere soddisfatti i soldati e i popoli, gli sarebbe bastato seguire le orme del padre. Ma, essendo di animo crudele e bestiale, per poter esercitare sui popoli la sua avidità, decise di guadagnarsi i soldati permettendo loro ogni abuso. Nello stesso tempo, senza preoccuparsi della sua dignità, scese spesso nelle arene a combattere con i gladiatori, e fece altre cose abiette e poco degne della maestà imperiale, diventando spregevole agli occhi dei soldati. Odiato dagli uni e disprezzato dagli altri, finì ucciso per mano dei cospiratori.

Ci resta da parlare delle qualità di Massimino. Costui fu uomo bellicosissimo. Gli eserciti, provando repugnanza per le mollezze di Alessandro Severo, di cui ho prima parlato, dopo averlo ucciso, elessero imperatore Massimino. Ma costui mantenne il potere per non molto tempo, perché due cose lo resero odiato e disprezzato: innanzi tutto il fatto di essere di umili origini avendo esercitato il mestiere di pecoraio in Tracia (la qual cosa era ovunque notissima e suscitava gran disprezzo in ognuno), in secondo luogo il fatto di aver ritardato, all’inizio del suo principato, l’andata a Roma e la presa di possesso del trono imperiale. In tal modo aveva dato di sé un’immagine crudelissima, perché nel frattempo i suoi luogotenenti si erano comportati con molta crudeltà in Roma e negli altri luoghi dell’impero. Tutti erano sdegnati per la sua viltà ed erano pieni di odio a causa della paura che la sua ferocia incuteva. Prima si ribellarono le province africane poi il Senato con tutto il popolo di Roma; e l’intera Italia cospirò contro di lui. Si aggiunsero infine i soldati che assediavano Aquileia e trovavano difficoltà a espugnarla. Turbati dalla sua crudeltà, vedendo ch’egli aveva tanti nemici e avendo dunque ragione di temerlo meno, i soldati lo ammazzarono.

Io non voglio trattare né di Eliogabalo, né di Macrino, né di Marco Didio Giuliano, i quali furono del tutto spregevoli e vennero subito uccisi, ma verrò alla conclusione di questo discorso. E dico che per i prìncipi dei nostri tempi è meno difficile, durante l’esercizio del loro potere, accontentare i soldati con mezzi illegali. Infatti, benché si debba avere verso di essi qualche riguardo, tuttavia il problema si risolve presto perché nessuno dei prìncipi moderni possiede eserciti che da lungo tempo siano organicamente collegati con i governi e le amministrazioni delle diverse province, come invece accadeva per gli eserciti dell’impero romano. Ai tempi dell’impero era necessario accontentare più i soldati che i popoli, perché i soldati erano più potenti dei popoli. Oggi invece tutti i prìncipi, eccettuati i sultani della Turchia e dell’Egitto, devono accontentare più i popoli che i soldati, perché i popoli sono più potenti di quelli.

Debbo far eccezione per il sultano turco, che tiene sempre intorno a sé dodicimila fanti e quindicimila cavalieri, dai quali dipende la sicurezza e la forza del suo regno. Ed è necessario, che, messa da parte ogni altra preoccupazione, quel signore se li mantenga amici. Dovete notare che questo Stato del sultano è diverso da tutti gli altri principati, essendo simile al pontificato cristiano. Non lo si può infatti definire un principato ereditario, perché non sono i figli del vecchio principe a diventare eredi e padroni del potere, ma colui che è eletto alla suprema carica da coloro che possiedono l’autorità per eleggerlo. Non lo si può neppure definire un principato nuovo, perché si tratta di un ordinamento antico e perché in esso non si presentano le difficoltà che sono consuete nei principati nuovi. Benché il principe sia nuovo, gli ordinamenti sono antichi e predisposti ad accoglierlo come se si trattasse di un principe ereditario.

Ma torniamo al nostro argomento. Chiunque rifletterà sulle cose appena dette, vedrà che l’odio o il disprezzo causarono la caduta degli imperatori sopra nominati. Vedrà inoltre che una parte di loro si comportarono in un modo e un’altra parte in modo opposto ma che, indipendentemente da questo, alcuni ebbero successo e altri finirono male. A Pertinace e ad Alessandro Severo, che erano prìncipi nuovi, fu di nessuna utilità e anzi di danno voler imitare Marco Aurelio, che era principe per diritto ereditario. Analogamente Caracalla, Commodo e Massimino furono danneggiati dal voler imitare Settimio Severo, per il fatto che non possedevano doti tali da consentir loro di seguirne le orme. Un principe nuovo, in un principato nuovo, non può imitare le azioni di Marco Aurelio, e non gli è neppure necessario seguire le orme di Settimio Severo; dovrebbe tuttavia prendere a prestito da Settimio Severo le doti necessarie per fondare lo Stato nuovo, e da Marco Aurelio le doti necessarie per conservare gloriosamente lo Stato dopo che esso si è stabilizzato.

 
Niccolò Machiavelli
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