Continuando ad esaminare le altre qualità elencate (nel capitolo 15), dico che ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente, e non crudele. Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportava l’ordine in Romagna, la unificava, la pacificava e la rendeva fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini i quali, per evitare di essere considerati crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia. Un principe pertanto, pur di tenere i suoi sudditi uniti e fedeli, non deve preoccuparsi di essere considerato crudele. Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, risulterà più umano di coloro i quali, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo. Fra tutte le specie di prìncipi, il principe nuovo non può evitare di essere considerato crudele, perché tutti gli Stati nuovi sono pieni di pericoli. Per questa ragione Virgilio fa dire a Didone, nel primo canto dell’Eneide:
La dura necessità e la giovinezza del mio regno mi costringono a prendere tali misure e a difendere tutt’intorno i confini.
Cionondimeno anche il principe nuovo deve riflettere prima di credere e di agire, non deve farsi prendere dal panico, e deve comportarsi con prudenza e umanità di modo che non sarà reso incauto dall’eccessiva fiducia, né intollerabile dall’eccessiva sfiducia.
Da ciò nasce un problema: se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati. La risposta è che si vorrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché è difficile mettere insieme le due cose, risulta molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati. Degli uomini in generale, difatti, si può dire questo: che sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni. Finché fai i loro interessi e non hai bisogno di loro stanno tutti dalla parte tua; ti offrono il sangue, i beni, la vita e i figlioli, come già dissi (al capitolo 9). Non appena cominci ad aver bisogno di loro, ti si rivoltano contro. E quel principe che si è interamente fondato sulle loro parole, se è privo di altre difese, perde il potere, poiché le amicizie basate sul pagamento di un prezzo, e non sulla grandezza e nobiltà d’animo, è come se fossero prese a prestito, non diventano veramente tue e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è infatti sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai.
Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e nello stesso tempo non odiati. E anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne. Se gli è necessario colpire qualche famiglia, lo faccia, ma soltanto se egli dispone di una giustificazione adeguata e di una causa evidente. Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. D’altra parte le occasioni per depredare qualcuno non mancano mai. Chi comincia a vivere di rapine trova sempre occasioni per impadronirsi dei beni altrui, mentre le occasioni per colpire le famiglie sono più rare e più brevi.
Ma quando il principe opera col suo esercito alla testa di molte truppe, non deve preoccuparsi di essere reputato crudele. Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere. Una delle tante straordinarie imprese di Annibale fu quella di condurre un esercito grossissimo, composto di molte genti diverse, a combattere in terre straniere, senza che sorgesse mai alcun contrasto né all’interno dell’esercito né fra l’esercito e il principe, così nella cattiva come nella buona sorte. Il che non poté dipendere da altro che dalla disumana crudeltà dello stesso Annibale. Essa, unita alle altre sue infinite capacità, fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso.
Quanto sia vero che le capacità politiche, senza la crudeltà, non sarebbero bastate ad Annibale, lo si può capire se si considera il caso di Scipione l’Africano, uomo di rarissime doti in relazione non solamente ai suoi tempi, ma a tutta la storia umana. Il suo esercito, in Spagna, si ribellò. Questa ribellione fu provocata dalla eccessiva clemenza dello stesso Scipione, grazie alla quale le truppe godevano di una libertà maggiore di quella compatibile con la disciplina militare. Per questo motivo, in Senato, Fabio Massimo lo rimproverò e lo definì corruttore dell’esercito romano. Gli abitanti di Locri furono gravemente angariati da un luogotenente di Scipione, ma Scipione – proprio per quel suo carattere indulgente – non li vendicò e non punì il luogotenente borioso. Qualcuno, in Senato, volendo scusare Scipione, disse che molti uomini, per temperamento, erano più pronti a non sbagliare che a correggere i loro errori. Questo temperamento naturale, col passare del tempo, se avesse continuato a manifestarsi nell’esercizio del potere, avrebbe potuto guastare la fama e la gloria di Scipione; ma poiché Scipione visse agli ordini del Senato, questa sua qualità negativa non produsse danni e anzi gli recò gloria.
Per arrivare a una conclusione circa l’argomento dell’essere temuti e amati ricorderò che gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe. Un principe saggio, dunque, deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come già ho detto.
