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020
Niccolò Machiavelli
Il Principe
1513
I VARI TIPI DI ESERCITI E LE MILIZIE MERCENARIE

Dopo aver esaminato in dettaglio i caratteri dei principati, e dopo aver considerato le ragioni della loro stabilità o debolezza, nonché i modi in cui molti hanno cercato di conquistarli e conservarli, devo ora occuparmi dei mezzi di offesa e di difesa che ogni principato può adoperare. Abbiamo visto prima come un principe debba poggiare su buone fondamenta, pena la sua rovina. Le migliori fondamenta di tutti gli Stati – siano essi nuovi, ereditari o misti – sono le buone leggi e i buoni eserciti. Ma non potendo esistere buone leggi senza buoni eserciti, né buoni eserciti senza buone leggi, mi occuperò qui degli eserciti, anziché delle leggi.

Gli eserciti coi quali un principe difende lo Stato, o sono suoi, oppure mercenari, ausiliari, e misti. I mercenari e ausiliari sono inutili e pericolosi. Se qualcuno affida lo Stato a milizie mercenarie, resta sempre instabile e insicuro, poiché quelle milizie sono disunite, ambiziose, indisciplinate e infedeli. Si mostrano forti fra gli amici, e vili fra i nemici. Non hanno timor di Dio e mancano di parola con gli uomini. Affidandoti a esse, rinvii la tua rovina solo se rinvii l’assalto. In tempo di pace sei depredato da esse, e in tempo di guerra dai nemici. La ragione di tutto ciò è che esse non hanno altro interesse e altra ragione di combattere che un po’ di stipendio, e questo non basta a far sì che vogliano morire per te. Sono ben contenti di essere tuoi soldati finché non fai la guerra ma, non appena la guerra arriva, vogliono fuggire o andar via.

Non dovrei faticar molto per farmi capire, dato che oggi la rovina d’Italia non è causata da altro che dall’essersi essa per molti anni affidata alle milizie mercenarie. Queste milizie consentirono ad alcuni di ottener qualche profitto e, finché restarono fra loro, sembrarono agguerrite; ma non appena arrivò lo straniero rivelarono il loro scarso valore, di modo che Carlo VIII di Francia poté impadronirsi dell’Italia con estrema facilità.1 Il Savonarola diceva che la causa stava nei nostri peccati e diceva il vero. Ma i peccati non erano quelli che lui credeva, bensì questi da me descritti, ed essendo i prìncipi a commetterli, ne soffrirono anch’essi.

Io voglio meglio dimostrare l’inopportunità di servirsi di queste milizie. I capitani mercenari, infatti, o sono uomini assai esperti nelle cose militari, oppur no. Se lo sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno a diventar potenti, sopraffacendo te che sei il loro padrone, o sopraffacendo altri contro le tue intenzioni. Se poi il capitano non è persona di valore, ti porta di norma alla rovina. Qualcuno potrebbe obbiettare che chiunque disponga delle armi, mercenario oppur no, farebbe lo stesso. Ma io replicherei che le armi devono essere adoperate o da un principe o da una repubblica. Il principe deve andare di persona a svolgere le funzioni di capitano. La repubblica deve mandarvi uno dei suoi cittadini. Se vi mandasse un inetto, dovrebbe cambiarlo, e se vi mandasse un uomo capace di esercitare il comando dovrebbe impedirgli, con le leggi, di andare al di là dei suoi compiti. L’esperienza insegna come soltanto i prìncipi e le repubbliche dotati di propri eserciti compiano progressi grandissimi, mentre le milizie mercenarie producono sempre danno. Una repubblica dotata di esercito, inoltre, ha più difficoltà a cadere sotto la tirannia di un suo cittadino, che non una repubblica dipendente da eserciti stranieri.

Roma e Sparta restarono per molti secoli armate e libere. Gli Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. Cartagine offre invece un esempio di utilizzazione di milizie mercenarie nei tempi antichi. Finita la prima guerra coi Romani, i Cartaginesi rischiarono di essere sopraffatti dalle milizie mercenarie, benché fossero loro stessi a comandarle. Dopo la morte di Epaminonda, i Tebani posero a capo delle loro milizie Filippo il Macedone, e costui, dopo la vittoria, tolse ai Tebani la libertà. I Milanesi, dopo la morte del duca Filippo Maria Visconti, assoldarono Francesco Sforza contro i Veneziani, e lo Sforza, sconfitti i nemici a Caravaggio, si unì a essi per sopraffare i Milanesi suoi padroni. Muzio Attendolo Sforza, padre di Francesco, dopo essere stato assoldato dalla regina Giovanna di Napoli, la lasciò improvvisamente disarmata, così che essa, per non perdere il regno, fu costretta a gettarsi dalla parte del re di Aragona.

Se qualcuno mi obbietta che in passato i Veneziani e i Fiorentini accrebbero il loro potere grazie alle milizie mercenarie, facendosi difendere da capitani che non divennero prìncipi, rispondo dicendo che i Fiorentini furono in questo caso favoriti dalla sorte perché i migliori capitani, che potevano costituire un pericolo, o non vinsero, o trovarono sufficiente opposizione, o volsero altrove le loro ambizioni. Quello che non vinse fu Giovanni Acuto [John Hawkwood], del quale, non vincendo, non si poté accertare la fedeltà. Ma ognuno ammetterà che se egli avesse vinto, avrebbe avuto i Fiorentini in suo potere. Le truppe di Francesco Sforza ebbero sempre contro le truppe di Braccio da Montone, così che le une e le altre si controllarono a vicenda. Francesco Sforza rivolse le sue ambizioni verso la Lombardia, e Braccio da Montone contro la Chiesa e il regno di Napoli.

Ma passiamo a occuparci di quel che è accaduto poco tempo fa. I Fiorentini nominarono loro capitano Paolo Vitelli, uomo abilissimo che, partito dal basso, aveva raggiunto grandissima fama. Se costui avesse espugnato Pisa, nessuno negherà che ai Fiorentini sarebbe convenuto continuare a tenerselo poiché, se egli fosse passato al soldo del nemico, non avrebbero potuto salvarsi. Ma se se lo fossero tenuto, avrebbero dovuto obbedirgli.

Quanto ai Veneziani, considerando bene la loro condotta, si vedrà che essi ebbero sicurezza e gloria finché combatterono coi loro uomini, vale a dire in mare, dove i nobili e la plebe armata furono valorosissimi. Ma non appena cominciarono a combattere in terraferma persero questa virtù e adottarono le abitudini militari degli altri principati esistenti in Italia. All’inizio della loro espansione in terraferma, non possedendo ancora grandi territori ed essendo considerati potenti, non avevano molto da temere dai loro capitani. Ma non appena ampliarono il loro dominio, il che accadde sotto il comando del capitano Francesco Bussone, conte di Carmagnola, ebbero la dimostrazione di aver sbagliato. Infatti, dopo aver sperimentato il suo valore e dopo aver battuto, grazie a lui, il ducato di Milano, si accorsero ch’egli non aveva più tanta voglia di combattere. Capirono che con lui non potevano più vincere, dato che lui non voleva, e che non potevano neanche licenziarlo, pena la perdita di ciò che avevano conquistato. Furono quindi costretti, per star sicuri, ad ammazzarlo. Ebbero poi altri capitani di ventura, come Bartolomeo Colleoni da Bergamo, Ruberto da San Severino, Niccolò Orsini conte di Pitigliano, con i quali il rischio era di perdere, non di guadagnare, come successe alla battaglia di Agnadello dove, in un sol giorno, i Veneziani persero quello che in ottocento anni, e con tanta fatica, avevano conquistato. Con i mercenari, le conquiste sono sempre lente, tardive e deboli, mentre le perdite sono improvvise e stupefacenti. Dato che questi esempi riguardano l’Italia, che durante molti anni è stata in balìa delle truppe mercenarie, voglio esaminare l’antica origine e i successivi sviluppi di queste truppe, perché possa trovarsi un rimedio.

Bisogna dunque ricordare che nell’ultimo secolo, col declino dell’autorità imperiale e l’ascesa del potere temporale della Chiesa, l’Italia si divise in più Stati. Molte grandi città presero le armi contro i nobili che fino ad allora, aiutati dall’imperatore, le avevano dominate; la Chiesa favorì le ribellioni cittadine per accrescere l’influenza del suo potere temporale; in molti altri luoghi, un cittadino diventò principe. L’Italia, pertanto, finì quasi tutta nelle mani della Chiesa e di varie repubbliche; ma i preti e i cittadini saliti al potere, abituati a trascurare le arti militari, cominciarono ad assoldare stranieri. Il primo che dette fama alla milizia mercenaria fu Alberigo da Barbiano, conte di Conio, romagnolo. Dalla sua scuola discesero, fra gli altri, Braccio da Montone e lo Sforza, che ai loro tempi furono arbitri delle cose d’Italia. Dopo costoro vennero tutti gli altri capitani che, fino ai nostri tempi, hanno guidato mercenari. Come risultato finale delle loro virtù, l’Italia è stata devastata da Carlo VIII, depredata da Luigi XII, occupata con la violenza da Ferdinando il Cattolico e disonorata dagli Svizzeri.

La tattica seguita dai capitani di ventura è stata innanzi tutto quella di togliere prestigio alle fanterie, per dare prestigio a se stessi. Si comportarono così perché, non possedendo terre e vivendo del mestiere della guerra, un piccolo numero di fanti non avrebbe dato loro gran credito, mentre una fanteria numerosa non avrebbe avuto di che nutrirsi. Preferirono quindi impiegare soldati a cavallo perché, anche in numero modesto, avrebbero trovato il modo di essere nutriti e onorati. Si arrivò al punto che un esercito di ventimila soldati avesse meno di duemila fanti. I capitani, inoltre, usarono ogni accorgimento per liberare se stessi e i loro soldati dalla fatica e dalla paura, non ammazzandosi nelle zuffe, ma facendosi prigionieri e senza riscatto. Di notte, non davano l’assalto alle città e, se difendevano le città, non compivano sortite nel campo degli assedianti. Non ponevano, attorno agli accampamenti, né steccati né fosse. Non davano battaglia d’inverno. Tutto ciò era permesso dai loro ordinamenti militari al fine di evitare, come si è detto, fatica e pericoli, al punto da ridurre l’Italia schiava e disonorata.


1. Machiavelli scrive che Carlo VIII conquistò l’Italia «col gesso», poiché in pratica i Francesi non combatterono, ma si limitarono a marcare col gesso le case destinate ad alloggiare i soldati.

 
Niccolò Machiavelli
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