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Niccolò Machiavelli
Il Principe
1513
LA CONQUISTA DEL PRINCIPATO PER MEZZO DEL DELITTO

Non bisogna dimenticare che esistono altri due modi di diventar principe dopo essere stato semplice cittadino, i quali non dipendono interamente né dalla fortuna né dalle capacità politiche individuali. Di uno di questi modi potremmo ragionare più diffusamente se ci occupassimo delle repubbliche, anziché dei principati, e mi riferisco al caso dei privati cittadini che diventano principi grazie al sostegno degli altri cittadini. Il secondo modo è quello dei privati cittadini che diventano principi con mezzi infami e scellerati. Di esso forniremo due esempi, uno antico, l’altro moderno, senza bisogno di esprimere giudizi, poiché io ritengo che, a chi vi fosse costretto, servirebbe imitarli.

Il siciliano Agatocle1 diventò re di Siracusa dopo essere stato non soltanto un cittadino qualunque, ma addirittura di infima e spregevole condizione. Figlio di un vasaio, egli condusse sempre una vita scellerata. Tuttavia accompagnò le sue scelleratezze con tali qualità dell’animo e del fisico che, arruolatosi nell’esercito siracusano, fece carriera fino a diventarne il capo. Insediato al comando, decise di diventare principe e di conservare con la forza e senza dover riconoscenza a nessuno quel potere che gli era stato spontaneamente concesso. Dopo essersi inteso con il generale cartaginese Amilcare Barca, il quale con le sue truppe guerreggiava in Sicilia, Agatocle radunò una mattina il popolo e il senato di Siracusa come se dovessero essere discussi affari di ordinaria amministrazione. A un cenno prestabilito, fece uccidere dai suoi soldati tutti i senatori e le persone più ricche. Dopo questo massacro, mantenne il principato senza che nella città si manifestasse opposizione alcuna. Benché fosse due volte sconfitto e infine assediato dai Cartaginesi, non solo poté difendere la città ma, lasciata una parte dei suoi a difesa dell’assedio, con l’altra parte andò all’assalto dell’Africa. In breve tempo Agatocle liberò Siracusa dall’assedio e ridusse i Cartaginesi talmente a mal partito, che essi furono costretti ad accordarsi con lui, contenti di lasciargli la Sicilia, purché lasciasse l’Africa a loro.

Se esaminerai le imprese e la vita di Agatocle, vi troverai poco o nulla che possa essere attribuito alla fortuna. E infatti, come prima ho riferito, egli diventò principe non per l’aiuto di qualcuno, ma per aver fatto carriera nell’esercito fra mille disagi e pericoli, e conservò il principato per aver saputo prendere molte decisioni coraggiose e rischiose. Non si può d’altronde definire capacità politica ammazzare i concittadini, tradire gli amici e dimostrarsi senza fede, senza pietà, senza coscienza. Si tratta di metodi che possono far conquistare il potere, ma non la gloria. Considerando l’abilità di Agatocle nell’affrontare e sventare i pericoli, e la sua grandezza d’animo nel sostenere e superare le difficoltà, non si vede perché dovrebbe essere giudicato inferiore a qualunque altro eccellentissimo condottiero. Nondimeno la sua efferata crudeltà e ferocia, nonché i suoi infiniti delitti non consentono ch’egli sia glorificato fra gli uomini più eccellenti. Non si può, dunque, attribuire alla fortuna o alla sua abilità quello che senza l’una e senza l’altra fu da lui conseguito.

Nei tempi nostri, durante il regno di papa Alessandro VI, possiamo ricordare il caso di Oliverotto Euffreducci da Fermo. Questi, da piccolo, era rimasto orfano di padre ed era stato allevato da uno zio materno chiamato Giovanni Fogliani. Nei primi anni della sua gioventù, Oliverotto si era arruolato fra le truppe comandate da Paolo Vitelli, con l’obbiettivo di diventar esperto di cose militari e di fare una brillante carriera. Morto Paolo Vitelli, militò fra le truppe comandate dal fratello di Paolo, Vitellozzo. In brevissimo tempo, grazie all’intelligenza e alla forza dell’animo e del corpo, diventò il primo della sua compagnia d’armi. Ma parendogli cosa servile restare sotto il comando di altri pensò, con il consenso di Vitellozzo e con l’aiuto di alcuni cittadini di Fermo i quali preferivano la servitù alla libertà della patria, di conquistare Fermo. Oliverotto scrisse a suo zio Giovanni Fogliani che, essendo stato vari anni fuori di casa, voleva tornare a visitar lui e la città, e a esaminare in qualche modo lo stato dei propri interessi. Dal momento che in quegli anni egli si era assai impegnato a conquistare onori, desiderava che i concittadini vedessero come non avesse sprecato il suo tempo e voleva quindi arrivare con ogni solennità, accompagnato da cento soldati a cavallo, da amici e da servitori. Pregava lo zio di fare in modo che gli abitanti di Fermo lo accogliessero degnamente, il che, oltre a onorar lui, avrebbe onorato lo zio, del quale – disse – si considerava allievo.

Giovanni Fogliani non mancò di usare ogni dovuta cortesia col nipote e, fattolo ricevere solennemente dagli abitanti di Fermo, lo ospitò in casa sua. Trascorsi alcuni giorni, durante i quali si dedica a predisporre segretamente quel che serviva alla sua futura scelleratezza, Oliverotto organizzò un grande banchetto al quale invitò lo zio Giovanni e tutti i maggiorenti di Fermo. Consumate le vivande e conclusi gli intrattenimenti che in simili conviti sono di rito, Oliverotto portò la conversazione su argomenti gravi e delicati come la grandezza e le imprese di papa Alessandro e di Cesare Borgia suo figlio. Poiché Giovanni Fogliani e gli altri gli risposero, lui immediatamente si alzò in piedi dicendo che di tali argomenti era opportuno parlare in un luogo più appartato, e si ritirò in una stanza nella quale Giovanni e tutti gli altri cittadini lo seguirono. Non si erano ancora seduti che alcuni soldati uscirono dai loro nascondigli uccidendo Giovanni e tutti gli altri.

Dopo questo massacro, Oliverotto montò a cavallo, si impadronì della città con la forza e assediò nel palazzo il supremo magistrato, tanto che per paura furono costretti a obbedirgli e a costituire un governo di cui egli assunse la guida. Uccisi tutti i malcontenti che potevano nuocergli, Oliverotto rafforzò il suo potere con nuovi ordinamenti civili e militari di modo che, nel corso dell’anno in cui tenne il principato, non soltanto ebbe in pugno la città ma finì per essere considerato temibile da tutti i suoi vicini. Sarebbe stato difficile estrometterlo dal potere – alla pari di Agatocle di Siracusa – se non si fosse lasciato ingannare da Cesare Borgia quando a Sinigaglia, come già ho riferito (nel capitolo 7), furono catturati gli Orsini e i Vitelli. Con loro fu catturato anche lui, un anno dopo l’uccisione dello zio, e venne strangolato, insieme con Vitellozzo, che gli era stato maestro di prodezza e scelleratezze.

Qualcuno potrebbe chiedersi come mai Agatocle di Siracusa e altri principi simili a lui potessero, nonostante gli infiniti tradimenti e crudeltà, vivere a lungo e sicuri nelle loro patrie e difendersi dai nemici esterni, senza che i concittadini cospirassero mai contro di loro, mentre altri prìncipi, egualmente crudeli, non riuscirono a conservare il potere in tempi di pace, per non parlar dei difficili periodi bellici. Credo che questo dipenda dalle crudeltà male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle crudeltà (se del male è lecito dire bene) che si fanno in una sola volta, per la necessità di porsi in salvo, e poi non vi si insiste più, poiché si cerca invece di assicurare ai propri sudditi il maggior vantaggio possibile. Male usate sono quelle crudeltà le quali, benché all’inizio siano poche, crescono col passare del tempo anziché cessare. Coloro che seguono la prima strada possono, dal punto di vista divino e umano, trovar qualche salvezza, come accadde ad Agatocle di Siracusa. Agli altri è impossibile durare.

Onde è da notare che, nel conquistare uno Stato, il conquistatore deve rapidamente valutare tutte le violenze che gli è necessario fare, e farle tutte in un sol colpo, per non doverle rinnovare ogni giorno. In tal modo, non ripetendole, può rassicurare i sudditi e conquistarseli beneficandoli. Chi si comporta diversamente, o per pochezza d’animo o perché mal consigliato, è sempre costretto a tenere il coltello in mano, né può mai contare sui propri sudditi, non potendo questi ultimi, per le recenti e continue violenze, contar su di lui. Le violenze debbono essere compiute tutte insieme, anche perché, essendoci minor tempo per assaporarle, recano minor danno. Le opere buone, viceversa, debbono esser fatte poco alla volta, perché siano meglio assaporate. Ma soprattutto un principe deve vivere con i suoi sudditi in modo che nessun evento buono o cattivo lo costringa a cambiare condotta perché, se ti fai sorprendere dalle avversità non fai a tempo a compiere il male, mentre il bene che tu fai non ti giova, perché è giudicato fatto per forza, e non te ne viene riconoscenza alcuna.


1. Agatocle fu tiranno di Siracusa dal 317 al 289 a.C.

 
Niccolò Machiavelli
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