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Luigi Capuana C'era una volta... Fiabe 1882 |
| IL RACCONTA-FIABE |
| C’era una volta un povero diavolo, che aveva fatto tutti i mestieri
e non era riuscito in nessuno. Un giorno gli venne l’idea di andare attorno, a raccontare fiabe ai bambini. Gli pareva un mestiere facile, da divertircisi anche lui. Perciò si mise in viaggio, e la prima città che incontrò, cominciò a gridare per le vie: — Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentir le fiabe? — I bambini accórsero da tutte le parti, e gli fecero ressa attorno. Lui cominciò: — C’era una volta un Re e una Regina, che non avevano figliuoli, e facevano voti e pellegrinaggi.... — To’! questa la sappiamo a mente, — dissero i bambini, — è la fiaba della Bella addormentata nel bosco. Un’altra! un’altra! — Ve ne dirò un’altra. — E cominciò: — C’era una volta una bambina, che aveva la mamma matta e la nonna più matta di lei. La nonna le fece un cappuccetto rosso.... — To’! questa la sappiamo a mente: è la fiaba di Cappuccetto rosso. — Un’altra! un’altra! — Quel povero diavolo, un po’ seccato, cominciò da capo: — C’era una volta un signore che aveva una figliuola. Gli era morta la moglie e ne aveva presa un’altra, vedova con due figlie.... — To’! è la fiaba di Cenerentola. Sappiamo a mente anche questa. — E visto che era buono a raccontare soltanto fiabe vecchie, i bambini gli voltarono le spalle e lo piantarono come un grullo. Partì e andò in un’altra città. E, appena arrivato, si messe a gridare per le vie: — Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe? — I bambini accórsero da tutte le parti e gli fecero ressa attorno. Ma non cominciava una fiaba, che quelli non urlassero tosto: — La sappiamo! la sappiamo! — E visto che era buono a raccontare soltanto fiabe vecchie, gli voltarono le spalle e lo piantarono come un grullo. Quando ebbe provato più volte e sempre con lo stesso cattivo successo, quel povero diavolo si perdette d’animo, e non sapeva più dove dare di capo. Angustiato, si mise a camminare senza sapere dove lo portassero i piedi, e si trovò in mezzo a un bosco. Sopravvenuta la notte, si stese sull’erba, sotto un albero, per dormire; ma non potè chiuder occhio: aveva una gran paura. Gli pareva che le piante, collo stormire delle fronde, parlassero sotto voce fra loro; gli pareva che le bestie e gli uccelli notturni, con quei loro strani gridi e canti, tramassero qualche cosa contro di lui. Il cuore gli batteva forte nel petto, e non vedeva l’ora che fosse giorno. Alla mezzanotte in punto, che vede? Vede una gran luce pel bosco, e da ogni pianta sbucava gente che rideva, che cantava, che ballava; e intanto da tutte le parti venivano rizzate prestamente tante bellissime tende e tavole piene di cose non mai viste, che luccicavano più dell’oro. S’accòrse di essere capitato in mezzo alla fiera delle fate; si fece coraggio e si levò. Avea pensato: — Le fate debbono vendere anche delle belle fiabe, nuove di zecca: vo’ veder di comprarle. — E accostatosi a una che vendeva roba sotto una ricca tenda là vicino, le disse: — Ci avete fiabe nuove? — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme. — Poco persuaso di questa risposta, andò da un’altra fata che teneva in mostra sulla tavola e nei barattoli tante bellissime cose, che la prima non aveva: — Ci avete fiabe nuove? — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme. — E due! Girò attorno un altro pezzo, osservando qua e là; e come vide una tenda, che gli parve la più ricca di tutte, si accostò alla fata venditrice e le domandò timidamente: — Ci avete fiabe nuove? — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme. — E tre! Vedendolo rimasto male, quella fata gli disse: — Sapete, quell’uomo, che dovreste voi fare? Dovreste andare dal mago Tre-Pi che n’ha pieni i magazzini. — E dove si trova cotesto mago Tre-Pi? – Lontan lontano, fra’ suoi boschi di aranci. — Prima dell’alba la fiera finì. Le fate, le tende, ogni cosa disparve; e quel povero diavolo si trovò solo in mezzo al bosco, e non sapeva se fosse stato sveglio o pure avesse sognato. Cammina, cammina, incontrò un viandante: — Compare, sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre-Pi? — Andate avanti, sempre avanti. — Cammina, cammina, incontrò una vecchia: — Comare, sapreste dirmi dove sono i boschi di aranci del mago Tre-Pi? — Andate avanti, sempre avanti. — Non si arrivava mai! Finalmente, ecco i boschi di aranci. Ma c’erano i muri attorno, e si doveva entrare da un piccolo cancello guardato da un mastino. — Chi cerchi da questa parte? — gli domandò il mastino. — Cerco il mago Tre-Pi. — È fuori: aspetta. — Ed ecco, sul tardi, il mago Tre-Pi, nero come il pepe, con una barbona nera e certi occhi neri che schizzavano fuoco. — Ah, buon mago Tre-Pi, dovreste farmi un favore! — Parla, che cosa vuoi? — Vorrei delle fiabe nuove. Voi, che ne avete dei magazzini, dovreste darmene qualcuna. — — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme. Di quelle che ho io tu non sapresti che fartene. E poi, servono a me, per conservarle imbalsamate. Vuoi vederle? — E lo condusse dentro, nei magazzini. C’erano tutte le fiabe del mondo, situate nei cassetti fatti a posta, classate e numerate; e il mago Tre-Pi gli guardava sempre le mani, per paura che quello non gliene portasse via qualcuna. — Ma non c’è proprio verso di poterne trovare delle nuove? — Le nuove, — rispose il mago — forse le sa una vecchia fata, Fata Fantasia; ma non vuol dirle a nessuno. Vive sola in una grotta, e bisognerebbe andarci in compagnia della Bella addormentata nel bosco, di Cappuccetto rosso, di Cenerentola, di Pelosina, di Pulcettino e simil gente. Prova: però ti dico che è fatica sprecata. — Non importa; proverò. — Tornò addietro e andò dalla Bella addormentata nel bosco: — O Bella addormentata, vi prego, venite con me. — Volentieri. — O Cappuccetto rosso, ti prego, vieni con me. — Volentieri. — O buona Cenerentola, ti prego, vieni con me. — Volentieri. — Insomma li radunò tutti, e si misero in via. Quelli sapevano il posto della grotta dove la vecchia fata viveva rinchiusa, e ve lo condussero facilmente. Picchiarono all’uscio. — Chi siete? — Siamo noi. — Fata Fantasia li riconobbe alla voce, e venne ad aprire. — Che cosa volete? E chi è costui? Temerario, come osi di venire da me! — E voleva scacciarlo via. Quelli la rabbonirono e le esposero il motivo della loro venuta: — Questo povero disgraziato ha tentato tutti i mestieri e non è riuscito in nessuno. Si era anche messo a fare il racconta-fiabe; ma i bambini, che già sanno a mente le nostre storie, ora vorrebbero delle fiabe nuove, e non gli prestano attenzione. Bella Fata Fantasia, aiutatelo voi! — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme. — Bella Fata Fantasia, aiutatemi voi! — Sentendosi pregare colle lagrime agli occhi, fata Fantasia s’intenerì: — Vado e vengo. — Rientrò nella grotta, e dopo un pezzetto, ricomparve col grembiale ricolmo: — Tieni; con questa roba forse ti riescirà. — E gli diede una stiacciata, un’arancia d’oro, un ranocchino, una serpicina, un uovo nero, tre anelli, insomma tante cose strane. — Che debbo farne? — Portali teco e vedrai. — Ringraziò, tutto contento, accompagnò quegli altri alle case loro e, la prima città che incontrò, si messe a gridare per la via: — Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe? — I bambini accorsero da tutte le parti e gli fecero ressa attorno. Lui prese la stiacciata in mano e cominciò: — C’era una volta.... — Non sapeva neppure una parola di quel che dovea raccontare; ma, aperta la bocca, la fiaba gli usciva filata, come se l’avesse saputa a mente da gran tempo. E fu la fiaba di Spera di sole. La fiaba piacque ai bambini: — Un’altra! un’altra! — E quello, preso a caso uno dei regali della fata, che portava seco in una borsa, cominciò: — C’era una volta.... — Non sapeva neppure una parola di quel che dovea raccontare; ma appena aperta la bocca, la fiaba gli usciva filata, come se l’avesse saputa a mente da gran tempo. E raccontò la fiaba di Ranocchino, porgi il ditino. La fiaba piacque ai bambini: — Un’altra! un’altra! — E così di seguito; ne raccontò più di una dozzina, e lui ci si divertiva più dei bambini. Poi andò in un’altra città: — Fiabe, bambini, fiabe! Chi vuol sentire le fiabe? — E ricominciò da capo. I bambini contentissimi. Ma, infine, erano sempre quelle: Spera di sole, Ranocchino, Cecina, Il cavallo di bronzo, Serpentina, Testa-di-rospo.... Sicchè, all’ultimo, i bambini si seccarono e, appena cominciava: «C’era una volta....» lo interrompevano: — La sappiamo, la sappiamo a mente! — Che cosa farne di quelle fiabe, ora che i bambini non volevano più sentirle, perchè le sapevano tutti a mente? — Pensò di regalarle al mago Tre-Pi, per metterle nei cassetti, colle altre fiabe imbalsamate. E andò a trovarlo. Al cancello c’era il solito mastino: — Chi cerchi da queste parti? — Cerco il mago Tre-Pi. — È fuori: aspetta. — Sul tardi, ecco il mago Tre-Pi, nero come il pepe, col suo barbone nero e quei suoi occhi neri che schizzavano fuoco: — Sei tornato di nuovo! che vuoi da me? — Nulla, buon mago; vengo anzi a farvi un regalo. Queste son fiabe nuove e nei vostri cassetti non ce le avete. Ora che tutti i bambini le sanno a mente, ho pensato di regalarvele per metterle insieme colle altre imbalsamate. — Ah, sciocco! sciocco! — rispose il mago. Non vedi che cosa hai in mano? — Il racconta-fiabe guardò: aveva in mano un pugno di mosche! E tornò addietro scornato, e di fiabe non ne volle più sapere. Perciò si conchiude: — Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme! — Come e perchè, cari bambini, lo saprete facilmente quando sarete più grandi. FINE. |
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Luigi Capuana
C'era una volta... Fiabe