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Il
conformista Pinocchio
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Luigi Capuana C'era una volta... Fiabe 1882 |
| TÌ, TÌRITI, TÌ |
| C’era una volta un contadino che aveva un campicello tutto sassi, e
largo quanto la palma della mano. Vi era rizzato un pagliaio e
viveva lì, da un anno all’altro zappando, seminando, sarchiando, insomma
facendo tutti i lavori campestri. Nelle ore di riposo cavava di tasca un zufolo e, tì, tìriti, tì, si divertiva a fare una sonatina, sempre la stessa; poi riprendeva il lavoro. Intanto quel campicello sassoso gli fruttava più di un podere. Se i vicini raccoglievano venti, e lui raccoglieva cento, per lo meno. I vicini si rodevano. Una volta quel campicello non lo avrebbero accettato neanche in regalo: da che lo aveva lui, non sapevan che cosa fare per strapparglielo di mano. — Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe tre volte più della stima. — Questi sassi son per me: Non li cederei neppure al Re. — Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe dieci volte più della stima. — Questi sassi son per me: Non li cederei neppure al Re. — Una volta, per caso, passò di lì anche il Re, accompagnato dai ministri. Vedendo quel campicello, che pareva un giardino, coi seminati verdi e vegeti, mentre quelli dei campi attorno somigliavano a setole di spazzola, gialli, stenti, si fermò, colpito dalla meraviglia, e disse ai ministri: — È proprio una bellezza! Lo comprerei volentieri. — Maestà, non si vende. Il padrone di esso è un uomo strano. Risponde a tutti: — Questi sassi son per me: Non li cederei neppure al Re. — Oh! Voglio vederla. — E fece chiamare il contadino. — È vero che questo campicello tu non lo cederesti neppure al Re? — Sua Maestà ha tanti poderi! Che se ne farebbe dei miei sassi? — Ma se lui li volesse? — Se lui li volesse? — Questi sassi son per me: Non li cederei neppure al Re. — Il Re fece finta di non aversela avuta a male, e la notte dopo mandò cento guardie a scalpicciare, zitte zitte, quel seminato, da non lasciar ritto neanche un filo d’erba. La mattina, il contadino esce fuor del pagliaio, e che vede? Uno spettacolo! E tutti i vicini che stavano a guardare, con gusto, quantunque si mostrassero addolorati. — Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, ora questa disgrazia non vi sarebbe accaduta. — Ma quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui. Quando i vicini furono andati pei fatti loro, cavò di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato cominciava a rizzarsi; tì, tìriti, tì, il seminato si rizzava come se nulla fosse stato. Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato a chiamare: — C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti han mezzo distrutto il seminato. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che son miei, li guarderà da lontano. — Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima. — Il Re si morse il labbro: — Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti! E se la prese coi ministri. Ma appena questi gli riferirono che le povere guardie, dal gran scalpicciare di quella nottata, non si poteano neppur muovere, il Re rimase! — Quest’altra notte, ad ora tarda, si mandi lì tutto l’armento. — La mattina, il contadino esce fuori dal pagliaio, e che vede? Uno spettacolo: il terreno brucato raso! I vicini: — Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, questa nuova disgrazia non vi sarebbe accaduta. — E quegli zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui. Quando i vicini furono andati via, pei fatti loro, cavava di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato ripullulava; e tì, tìriti, tì, il seminato era bell’e cresciuto, come se nulla fosse stato. Il Re, questa volta, era sicuro di aver buono in mano. Volea vederlo, quell’uomo! Chi sa che grugno! E appena l’ebbe alla sua presenza: — C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti hanno, a dirittura, distrutto ogni cosa. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che sono miei, li guarderà da lontano. — Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima. — Il Re si morse il labbro: — Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti! — E se la prese coi ministri. Ma quando questi gli riferirono che tutto l’armento, dal gran mangime di quella nottata, avean le pance che gli scoppiavano e che metà eran già morti di ripienezza, il Re rimase! — Qui c’è un mistero! Bisogna scoprirlo. Vi do tempo tre giorni. — Col Re non si scherzava. I ministri cominciarono dal grattarsi il capo, e, pensa e ripensa, uno di essi propose di andare, la notte, ad appostarsi dietro il pagliaio di quel maledetto contadino e star lì fino all’alba. Chi sa? Qualcosa avrebbero visto. — Benone! — Andarono; e siccome nel pagliaio c’erano parecchie fessure, si misero a spiare attraverso a queste. Il Re non avea potuto chiuder occhio pensando all’accaduto: e la mattina, di buon’ora, fece chiamare i ministri. — Maestà, oh! Che abbiamo visto! Che abbiamo visto! — Che cosa avete mai visto? — Quel contadino ha uno zufolo, e appena si mette a sonarlo, tì, tìriti, tì, il suo pagliaio, di botto, diventa una reggia. — E poi? — E poi vien fuori una ragazza più bella della luna e del sole, e lui, tì, tìriti, tì, la fa ballare con quella sonata; e dopo le dice: Bella figliuola, se il Re ti vuole, Dee star sette anni alla pioggia e al sole. E se sette anni alla pioggia e al sole non sta, Bella figliuola, il Re non ti avrà. — E poi? — E poi smette di sonare, e quella reggia, di botto, ridiventa pagliaio. — Glieli darò io la pioggia e il sole! — disse il Re, toccato sul vivo. — Ma prima vediamo codesto miracolo di bellezza! — E andò la notte dopo, accompagnato dai ministri. Ed ecco il contadino cava di tasca il suo zufolo, e tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventa una reggia; e tì, tìriti, tì, compare la ragazza e si mette a ballare. A quella vista il Re ammattì: — Oh, che bellezza! Dovrà esser mia! Dovrà esser mia! — E, senza metter tempo in mezzo, picchia all’uscio a più riprese. Il contadino cessò di sonare; di botto la reggia ridivenne pagliaio, ma di aprire non se ne parlò neppure: e il Re, che bruciava dall’impazienza, dovette tornarsene a palazzo. Prima che albeggiasse, spedì un corriere a spron battuto: — Lo voleva il Re, subito subito. — Il contadino andò a presentarsi: — Sua Maestà che cosa comandava? — Comando e voglio la tua figliuola per sposa. Lei diventerà Regina e tu ministro di palazzo reale. — Maestà, c’è una condizione: Chi vuole la mia figliuola Dee star sette anni alla pioggia e al sole; E se sette anni alla pioggia e al sole non sta, Fosse chi fosse, non l’otterrà. — Il Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e il sole! Ma c’era di mezzo la ragazza. Si strinse nelle spalle e rispose: — Starò sette anni alla pioggia e al sole. — Lasciò il governo ai ministri, per tutto il tempo che sarebbe stato assente, e andò ad abitare col contadino, scottandosi la pelle al solleone e restando sotto la pioggia anche quando veniva giù a catinelle. Dopo poco tempo, povero Re, non si riconosceva più; parea fatto di terra cotta, colla pelle bruciata a quel modo. Ma avea un compenso. Di tanto in tanto, la notte, il contadino cavava di tasca lo zufolo, e prima di sonare, gli diceva: — Maestà, rammentatevi bene: Chi tocca stronca, Chi parla falla! — E tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventava una reggia; e tì, tìriti, tì, compariva la ragazza più bella della luna e del sole. Il Re se la divorava cogli occhi, mentre quella ballava. Dovea fare proprio un grande sforzo per non slanciarsi ad abbracciarla e non dirle: Sarai Regina! La passione lo conteneva. Eran passati sei anni, sei mesi e sei giorni. Il Re, dalla contentezza, si fregava le mani. Fra poco quella ragazza più bella della luna e del sole sarebbe stata sua sposa! E lui se ne tornerebbe al palazzo reale, Re come prima e più beato di prima! Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo, e si mettesse a sonare senza ripetergli: — Maestà, rammentatevi: chi tocca stronca, chi parla falla. — Quando, tì, tìriti, tì... apparve la ragazza più bella della luna e del sole, e si messe a ballare, il Re non seppe più frenarsi, le corse incontro e l’abbracciò, gridando: — Sarai Regina! sarai Regina! — Fu un lampo. E, invece della ragazza, che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto! — Maestà, ve l’avevo pur detto io: Chi tocca stronca, Chi parla falla! — Il Re pareva di sasso: — Bisognava ricominciare? — Bisognava ricominciare! — E ricominciò. Si abbrustoliva al sole: — Sole, bel sole Patisco per amore! — Si lasciava conciare dalla pioggia. — Pioggia, pioggia bella, Patisco per la donzella! — E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, la ragazza ricompariva e si metteva a ballare, lui se la divorava cogli occhi, da un cantuccio, zitto e cheto come l’olio. Non se la sentiva di ricominciare. Eran passati novamente sei anni, sei mesi e sei giorni, e il Re, dalla contentezza, già si fregava le mani. Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, comparisse la ragazza e si mettesse a ballare come non aveva ballato mai, con una grazia, con una sveltezza! Il povero Re non potè più frenarsi e le corse incontro e l’abbracciò: — Sarai Regina! Sarai Regina! — E che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto. — Ah, Maestà, Maestà! Chi tocca stronca, Chi parla falla! Il Re pareva di sasso: — Bisognava ricominciare? — Bisognava ricominciare! — E ricominciò: — Sole, bel sole, Patisco per amore; Pioggia, pioggia bella, Patisco per la donzella! — Questa volta però stette bene in guardia, e ai sette anni fissati ebbe finalmente la ragazza, più bella della luna e del sole. Non gli parea neppur vero! Intanto che cosa era accaduto? Era accaduto che i suoi ministri e il popolo ritenendolo per matto, si erano dimenticati di lui e avevan dato, da parecchi anni, la corona reale a un suo parente. Il Re, infatti, si presenta al palazzo reale colla sposa sotto braccio e i soldati di sentinella: — Non si passa! Non si passa! — Sono il Re! Chiamate i miei ministri! — Che ministri? I vecchi eran morti e quelli del nuovo Re lo lasciavano cantare. Si rivolge al popolo: — Come? Non riconoscete il vostro Re? — Il popolo gli ride in faccia e non gli dà retta. Disperato, ritorna al campicello, dal contadino. Dov’era il pagliaio, vede, con sorpresa, un palazzo che pareva una reggia. Monta le scale, e invece del contadino, gli viene incontro un bel vecchio con tanto di barba bianca: era il gran mago Sabino. — Non ti scoraggiare! — gli disse questi. E lo prese per mano, e lo condusse in una magnifica stanza, dove c’era un catino pieno di acqua. Il Gran Mago afferra quel catino e glielo riversa sulla testa, e il Re, da un po’ invecchiato che già era, rinverdisce, a un tratto, di vent’anni. Allora il vecchio: — Affàcciati a quella finestra, suona questo zufolo e vedrai. — Il Re si affaccia, si mette a sonare, tì, tìriti, tì, ed ecco un esercito armato di tutto punto, fitto come la nebbia, su pei colli e per la pianura. Intimata la guerra, mentre i soldati combattevano, lui, in cima a un poggio, sonava tì, tìriti, tì, senza cessare finchè la battaglia non fu vinta. Tornò a palazzo reale vittorioso e trionfante, perdonò a tutti, e all’occasione dei suoi sponsali diè un mese di feste per tutto il regno. E presto ebbe un erede; E noi scalzi d’un piede. |
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Luigi Capuana
C'era una volta... Fiabe