Italiano
index_italian_m
Gelsomino
Ïåñíè
Treccani
Òåêñòû
Il
conformista Pinocchio
![]() |
Luigi Capuana C'era una volta... Fiabe 1882 |
| LA FIGLIA DEL RE |
| C’era una volta un Re e una Regina, che avevano una figlia unica, e
le volevano più bene che alla pupilla de’ loro occhi. Mandò il Re di Francia per domandarla in sposa. Il Re e la Regina, che non sapeano staccarsi dalla figliuola, risposero: — È ancora bambina. — Un anno dopo, mandò il Re di Spagna. Quelli si scusarono allo stesso modo: — È ancora bambina. — Ma i due regnanti se l’ebbero a male. Si misero d’accordo, e chiamarono un mago: — Devi farci un incanto per la figlia del Re, il peggiore incanto che ci sia. — Fra un mese l’avrete. — Passato il mese, il mago si presentò: — Ecco qui. Regalatele questo anello; quando lo avrà portato in dito per ventiquattr’ore, ne vedrete l’effetto. — Regalarglielo non potevano, perchè s’eran già guastati coi parenti di lei. Come fare? — Ci penserò io. — Il Re di Spagna si travestì da gioielliere, e aperse una bottega dirimpetto al palazzo reale. La Regina volea comprar delle gioie e lo mandò a chiamare. Quello andò, e in uno scatolino a parte ci avea l’anello. Dopo che la Regina ebbe comprato parecchie cose, domandò alla figliuola: — O tu, non vuoi nulla? — Non c’è niente di bello, — rispose la Reginotta. — Ci ho qui un anello raro; le piacerà. — E il finto gioielliere mostrò l’anello incantato. — Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! Quanto lo fate? — Reginotta, non ha prezzo, ma prenderò quel che vorrete. — Gli diedero una gran somma e quello andò via. La Reginotta s’era messo in dito l’anello e lo ammirava ogni momento: — Oh, che bellezza! Oh, che bellezza! — Ma dopo ventiquattr’ore (era di sera): — Ahi! Ahi! Ahi! — Accorsero il Re, la Regina, le dame di corte, coi lumi in mano. — Scostatevi! Scostatevi! Son diventata di stoppa. — Infatti la povera Reginotta avea le carni tutte di stoppa. Il Re e la Regina erano proprio inconsolabili. Radunarono il Consiglio della Corona. — Che cosa poteva farsi? — Maestà, fate un bando: Chi guarisce la Reginotta sarà genero del Re. — E i banditori partirono per tutto il regno, con tamburi e trombette. — Chi guarisce la Reginotta sarà genero del Re! — In una città c’era un giovinotto, figlio d’un ciabattino. Un giorno, vedendo che in casa sua si moriva di fame, disse a suo padre: — Babbo, datemi la santa benedizione: vo’ andare a cercar fortuna pel mondo. — Il cielo ti benedica, figliuolo mio! — E il giovinotto si mise in viaggio. Uscito pei campi, in una viottola incontrò una frotta di ragazzi, che, urlando, tiravan sassate a un rospo per ammazzarlo. — Che male vi ha fatto? È anch’esso creatura di Dio: lasciatelo stare. — Vedendo che quei ragazzacci non smettevano, saltò in mezzo ad essi, diè uno scapaccione a questo, un pugno a quello, e li sbandò: il rospo ebbe agio di ficcarsi in un buco. Cammina, cammina, il giovinotto incontrò i banditori che, a suon di tamburi e di trombette, andavan gridando: — Chi guarisce la Reginotta, sarà genero del Re. — Che male ha la Reginotta? — È diventata di stoppa. — Salutò e continuò per la sua strada, finchè non gli annottò in una pianura. Guardava attorno per vedere di trovar un posto dove riposarsi: si volta, e scorge al suo fianco una bella signora. Trasalì. — Non aver paura: sono una fata, e son venuta per ringraziarti. — Ringraziarmi di che? — Tu m’hai salvato la vita. Il mio destino è questo: di giorno son rospo, di notte son fata. Ai tuoi comandi! — Buona fata, c’è la Reginotta ch’è diventata di stoppa, e chi la guarisce sarà genero del Re. Insegnatemi il rimedio: mi basterà. — Prendi in mano questa spada e vai avanti, vai avanti. Arriverai in un bosco tutto pieno di serpenti e di animali feroci. Non lasciarti impaurire: vai sempre avanti, fino al palazzo del mago. Quando sarai giunto lì, picchia tre volte al portone... — Insomma gli disse minutamente come dovea fare: — Se avrai bisogno di me, vieni a trovarmi. — Il giovinotto la ringraziò, e si mise in cammino. Cammina, cammina, si trovò dentro il bosco, fra gli animali feroci. Era uno spavento! Urlavano, digrignavano i denti, spalancavano le bocche; ma quello sempre avanti, senza curarsene. Finalmente giunse al palazzo del mago, e picchiò tre volte al portone. — Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui? — Se tu sei mago davvero, devi batterti con me. — Il mago s’infuriò e venne fuori armato fino ai denti: ma, come gli vide in mano quella spada, urlò: — Povero me! — E si buttò ginocchioni: — Salvami almeno la vita! — Sciogli l’incanto della Reginotta, e avrai salva la vita. — Il mago trasse di tasca un anello, e gli disse: — Prendi; va’ a metterglielo nel dito mignolo della mano sinistra, e l’incanto sarà disfatto. — Il giovanotto, tutto contento, si presenta al Re: — Maestà, è vero che chi guarisce la Reginotta sarà genero del Re? — Vero, verissimo. — Allora son pronto a guarirla. — Chiamaron la Reginotta, e tutti quelli della Corte gli s’affollarono attorno; ma le avea appena messo in dito l’anello, che la Reginotta divampò, tutta una fiamma! Fu un urlo. Nella confusione, il giovanotto potè scappare, e non si fermò finchè non giunse dove gli era apparsa la fata: — Fata, dove sei? — Ai tuoi comandi. — Le narrò la disgrazia. — Ti sei lasciato canzonare! Tieni questo pugnale e ritorna dal mago: vedrai che questa volta non si farà beffa di te. — E gli disse minutamente come dovea regolarsi. Il giovinotto andò subito, e picchiò tre volte al portone. — Temerario, temerario! Che cosa vieni a fare fin qui? — Se tu sei mago davvero, devi batterti con me. — Il mago s’infuriò e venne fuori, armato fino ai denti. Ma come gli vide in mano quel pugnale, si buttò ginocchioni: — Salvami almeno la vita! — Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me! Ora starai lì incatenato, finchè l’incanto non sia rotto. — Lo legò bene, piantò il pugnale in terra, e vi attaccò la catena. Il mago non potea muoversi. — Sei più potente, lo veggo! Torna dalla Reginotta, cavale di dito l’anello del gioielliere e l’incanto sarà disfatto. — Il giovinotto non avea viso di presentarsi al Re; ma saputo che la Reginotta se l’era cavata con poche scottature, perchè tutti quei della Corte aveano spento le fiamme, si fece coraggio e si presentò: — Maestà, perdonate; la colpa non fu mia; fu del mago traditore. Ora è un’altra cosa. Caviamo di dito alla Reginotta quell’anello del gioielliere, e l’incanto sarà disfatto. — Così fu. La Reginotta diventò nuovamente di carne, ma pareva un tronco: non avea lingua, nè occhi, nè orecchi; era rovinata dalle fiamme. E se lui non la guariva intieramente, non potea diventar genero del Re. Partì e andò in quella pianura dove gli era apparsa la fata: — Fata, dove sei? — Ai tuoi comandi. — Le narrò la disgrazia. — Ti sei lasciato canzonare! — E gli disse, minutamente, come dovea regolarsi. Il giovanotto tornò dal mago: — Mago scellerato, ti sei fatto beffa di me! Lingua per lingua, occhio per occhio! — Per carità, lasciami stare! Vai dalle mie sorelle, che stanno un po’ più in là. Devi fare così e così. — Cammina, cammina, arriva in una campagna dove c’era un palazzo simile a quello del mago. Picchiò al portone. — Chi sei? Chi cerchi? — Cerco Cornino d’oro. — Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me? — Vuole un pezzettino di panno rosso; gli si è bucato il mantello. — Che seccatura! Prendi qua. — E gli buttò dalla finestra un pezzettino di panno rosso, tagliato a foggia di lingua. Andò avanti, e arrivò a piè d’una montagna, dove a mezza costa, c’era un palazzo simile a quello del mago. Picchiò al portone. — Chi sei? Chi cerchi? — Cerco Manina d’oro. — Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me? — Vuole due grani di lenti per la minestra. — Che seccatura! Prendi qua. — E gli buttò dalla finestra due grani di lenti, involtati in un pezzettino di carta. Andò avanti, e arrivò in una valle, dove c’era un altro palazzo simile a quello del mago. Picchiò al portone. — Chi sei? Chi cerchi? — Cerco Piedino d’oro. — Capisco: ti manda mio fratello. Che cosa vuole da me? — Vuole due lumachine per mangiarsele a cena. — Che seccatura! Prendi qua. — E gli buttò dalla finestra le lumachine richieste. Il giovanotto tornò dal mago: — Ho portato ogni cosa. — Il Mago gli disse come doveva fare, e il giovanotto stava per andarsene: — Mi lasci qui incatenato? — Lo meriteresti, ma ti sciolgo. Se mi hai ingannato, guai a te! — Il giovane si presentò al palazzo reale e si fece condurre dalla Reginotta. Le aperse la bocca, vi mise dentro quel pezzettino di panno rosso, e la Reginotta ebbe la lingua. Ma le prime parole che disse furon contro di lui: — Miserabile ciabattino! Via di qua! Via di qua! — Il povero giovane rimase confuso: — Questa è opera del mago! — Senza curarsene, prese i due semi di lenti, con un po’ di saliva glieli applicò sulle pupille spente, e la Reginotta ebbe la vista. Ma appena lo guardò, si coprì gli occhi colle mani: — Dio, com’è brutto! Com’è brutto! — Il povero giovane rimase: — Questa è opera del mago! — Ma, senza curarsene, prese i gusci delle lumachine che aveva già vuotati, e con un po’ di saliva glieli applicò bellamente dov’era il posto degli orecchi; la Reginotta ebbe gli orecchi. Il giovane si rivolse al Re e disse: — Maestà, son vostro genero. — Come intese quella voce, la Reginotta cominciò a urlare: — Mi ha detto: strega! Mi ha detto: strega! — Il povero giovane, a questa nuova uscita, sbalordì: — È opera del mago! — E tornò dalla fata. — Fata, dove sei? — Ai tuoi comandi. — Le narrò la sua disgrazia. La Fata sorrise e gli domandò: — Le hai tu tolto di dito l’altro anello del mago? — Mi pare di no. — Vai a vedere; sarà questo. — Come la Reginotta ebbe tolto di dito quell’altro anello, tornò gentile e tranquilla. Allora il Re le disse: — Questi è il tuo sposo. — La Reginotta e il giovanotto si abbracciarono alla presenza di tutti, e pochi giorni dopo furono celebrate le nozze. E furono marito e moglie; E a lui il frutto e noi le foglie. |
Italiano
Luigi Capuana
C'era una volta... Fiabe